2.2.07

 

«Così non va»: le sindacaliste bocciano la politica dei maschi

Convegno Cgil 250 delegate della Fisac fanno il punto sulla scarsa rappresentanza delle donne

«Le cifre di uno scandalo». Le donne nel nostro paese sono sottorappresentate nella politica e nei luoghi decisionali come anche nelle professioni. Questione quantitativa e insieme qualitativa, che tocca i problemi della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Problemi che riguardano tutte le sfere dell'organizzazione sociale e da cui non è esente neppure il sindacato, che pure prevede per statuto una norma anti discriminatoria (non pienamente realizzata).

Di tutto questo si è parlato nel corso della tre giorni di lavori che si è conclusa ieri a Roma, organizzata dalla Fisac Cgil (che rappresenta lavoratrici e lavoratori di banche e assicurazioni). Protagoniste, 250 delegate (e anche qualche delegato), in un confronto aperto sui temi del potere e della rappresentanza nel sindacato e della conciliazione tra vita quotidiana e impegno politico. Le lavoratrici, che costituiscono il 40% della categoria, hanno posto al sindacato i problemi del vivere quotidiano.

I numeri, «le cifre dello scandalo», sono quelli citati dalla relazione di apertura di Domenico Moccia, segretario generale Fisac Cgil. Il tasso di occupazione femminile è inferiore a quello di ogni altro paese dell'Unione Europea (del 10% più basso della media). Solo lo 0,8% delle dipendenti arriva ad essere manager e il 4,9% ad assumere un ruolo di supervisione. Per non parlare del differenziale retributivo, davanti solo a quello di Grecia e Portogallo. In Italia, dice l'Istat, le donne hanno tassi di scolarizzazione più elevati e un maggiore livello quantitativo e qualitativo di istruzione. Eppure a tre anni dal conseguimento del titolo di studio continuano ad essere svantaggiate in termini occupazionali, con una quota solo del 38% e con retribuzioni inferiori del 15% (solo nel settore assicurativo, le donne, pur essendo il 45% del totale, percepiscono il 37% del totale retributivo). Indicativi sono i dati forniti dalle Casse di previdenza professionali: le avvocatesse guadagnano in media 24 mila euro, contro i 60 mila dei colleghi maschi; le commercialiste 33.700 euro a fronte dei 70 mila; le ragioniere 33.200 contro i 53 mila, e così via.Ancora, 1 donna su 15 siede nella Corte Costituzionale, 6 su 27 nel Consiglio superiore della magistratura. Nei quotidiani, una donna su dieci è caporedattore, e nelle Università solo il 20% ottiene un dottorato di ricerca. Per non parlare della politica: nel Parlamento, le donne sono il 10%, mentre nei sindacati sono il 6%. «Deprofessionalizzate, sottoinquadrate e sottopagate» conclude Moccia.

«La questione è quella di creare un circolo virtuoso tra la valorizzazione delle competenze femminili e il problema della conciliazione» dice Marina Piazza, presidente di Gender. In altre parole, non ha senso parlare di azioni di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, se poi queste azzerano la professione. Creando un altro tipo di segregazione della forza femminile. Il part time ad esempio, se non è contrattato ai piani alti, si rivela un altro strumento di marginalizzazione. Una politica delle quote più incisiva? «Sì - risponde Piazza - credo che debba esserci una prima fase che abbia al centro la questione quantitativa». Ma le politiche di genere - conclude Piazza - dovrebbero essere parte di tutte le politiche e per parlare di conciliazione, è necessario ridisegnare l'intera mappa del welfare.«Il convegno ha toccato temi che ci chiamano in causa direttamente» dice Nicoletta Rocchi (Cgil). Le oltre duecento delegate della Fisac Cgil, scelte tra quelle più giovani, lo hanno detto chiaro è tondo: è ora che anche il sindacato si occupi di noi. E lo hanno fatto confrontandosi su problemi soggettivi e oggettivi, tra di loro e con i delegati (pochi) che hanno partecipato. Il discorso tocca anche loro. (Sara Farolfi)

(il manifesto, 1.2.07)

Comments:
★s.b. They are Talking about you...!!
 
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"La donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal Capitale"

(Camilla Ravera - L’Ordine Nuovo, 1921)

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