18.5.09

 

Liberare i palchi!


Sabato 16 maggio, al Lingotto di Torino, Rinaldini segretario Fiom, inciampato in un cavo del microfono, è piombato giù dal palco. "Macchè - va urlando Rinaldini - non son caduto da solo, è stato un 'gruppo teppistico targato Slai-Cobas' a scaraventarmi giù, un gruppo di 85 operai Fiat, tra quei 316 'confinati' a Nola, la cui deportazione è stata siglata anche da Fiom." Vero o non vero, sta di fatto che, umiliato e offeso, ha fatto fagotto sotto una marea di fischi e insulti. "Me la lego al dito" ha dichiarato, sorretto dalle condoglianze della destra e della 'sinistra', il Manifesto compreso (art. del 19/5 a firma Loris Campetti). (Riceviamo e pubblichiamo)

Perchè Rinaldini se la prende tanto con gli operai Fiat dello Slai-Cobas e non con la sua cattiva memoria? Sono due anni che NOI DONNE abbiamo lanciato la 'moda' di 'liberare i palchi', dal quel 24 novembre 2007, quando a Roma in 150 mila contro la violenza maschile , abbiamo scaraventato giù dal palco le 'parlamentari' che lo avevano indebitamente occupato. E nell'aprile bolognese del 2008, non si ricorda Rinaldini, che a suon di ortaggi, pomodori e miracolosi oggetti piovuti dal cielo, Giuliano Ferrara e i suoi 'compagni di merenda' che spacciavano la criminalizzazione dell'aborto per campagna elettorale, son dovuti sloggiare dal palco e ritirarsi a parlare nelle parrocchie? Perchè prendersela così tanto, dunque, non è ovvio che anche gli operai , desiderosi di novità, abbiano abbracciato pure loro la 'moda' di liberare i palchi e ri-prendersi la parola? Riprendersi la parola per rispedire al mittente, la FIAT, il 'riposizionamento produttivo dell'azienda' che comporta con la concentrazione di capitale Crysler-Opel, la chiusura delle fabbriche, la rottamazione di decine di migliaia di operai, la riduzione del salario al di sotto del suo valore e per chi rimane al lavoro, super-sfruttamento. Per rispedire al mittente 'l'azionariato sociale', con cui la Fiat vorrebbe suddividere le sue perdite riversandole sui lavoratori. Per far capire che con gli operai non si scherza!

Come non scherziamo noi donne, che da oggi abbiamo un qualcosa in più che l'oppressione, ad unirci alla classe operaia e a tutti gli oppressi, la 'moda' di 'liberare i palchi' e la 'moda' di liberarci dal Capitale e dalla sua violenza statale!

Circolo femminista donnaproletaria, via Stadera, 12 - Milano, 18/5/09

Etichette: ,


15.5.09

 

Stalking: primi passi


Prime interpretazioni per il contrasto agli atti persecutori, introdotti dal DL 11/09

I tribunali iniziano a fissare le condizioni per lo stalking. Il nuovo reato, introdotto dal decreto legge n. 11 del 2009, poi convertito in legge, è indirizzato a interrompere e sanzionare le condotte invasive nella vita altrui prima che sfocino nella commissione di reati più gravi.

Ora dal tribunale di Bari (Sezione riesame), ordinanza n. 347 del 6 aprile, arrivano alcune prime interpretazioni del delitto di stalking, o meglio secondo il Codice penale, articolo 612 bis(1), di atti persecutori. Per i giudici, che si sono trovati a valutare la fondatezza della carcerazione preventiva inflitta a un molestatore, perchè esista il reato è necessario in primo luogo il ripetersi della condotta. Non bastano, pare di capire, atti isolati e sporadici, anche se fastidiosi, quanto piuttosto la ripetizione ininterrotta di molestie e minacce. Inoltre, i comportamenti del molestatore devono avere l’effetto di procurare disagi psichici, timori per la propria incolumità, e quella delle persone care alla vittima o, ancora, un pregiudizio delle abitudini di vita. E quali possono essere queste condotte intrusive? Il tribunale ne elenca alcune come le telefonate, gli appostamenti, i pedinamenti fino alla realizzazione di illeciti più gravi come le minacce, i danneggiamenti, le ingiurie, le aggressioni fisiche.

«Si tratta, quindi — sottolineano i giudici—, di comportamenti persecutori, diretti o indiretti, ripetuti nel tempo, che incutono uno stato di soggezione nella vittima, provocandole un disagio fisico o psichico e un ragionevole senso di timore». In termini di sistema, spiega ancora l’ordinanza, si tratta di una previsione che permette all’autorità giudiziaria di contare su una fattispecie inedita perchè sino a qualche settimana fa, comportamenti come quelli presi ora in considerazione dal Codice penale, rientravano nel reato di molestie. Una fattispecie del tutto inadeguata a contrastare la possibile escalation delle condotte persecutorie, tenuto conto poi del fatto che i reati più gravi, dalla violenza privata ai maltrattamenti, erano applicabili solo quando la situazione era ormai precipitata.

La novità ci avvicina invece ai Paesi di common law, dove di solito, osservano ancora i giudici, esiste una norma penale che dà dello stalking una definizione minimale alla quale sono collegate pene non troppo elevate; allo scattare del reato o anche solo in vista del pericolo che questo venga commesso, la vittima può richiedere all’autorità di emanare un restraining order con cui si diffida lo stalker dal proseguire nelle molestie persecutorie. Se l’order non viene rispettato scattano misure più pesanti e spesso le sanzioni penali sono affiancate da misure interdittive o da trattamenti psicologici (elemento questo invece assente nel reato di atti molesti).

Nel caso approdato davanti al riesame si era verificato un progressivo aggravarsi della condotta di un uomo che, sposato e separato, era prima stato condannato per maltrattamenti in famiglia e, poi, dopo avere minacciato la ex moglie e la figlia durante il processo, all’avvenuta scarcerazione, aveva proseguito con minacce insistenti e tentativi di aggressioni. Tutte condotte che, ai giudici del riesame, hanno fatto ritenere fondato il provvedimento di custodia in carcere.

(Il Sole 24 Ore, 15/5/09, Giovanni Negri)

Le condizioni. Tribunale di Bari, riesame, ordinanza n. 347 del 2009

Al fine, quindi, di colmare il vuoto di tutela della vittima di comportamenti ripetuti e insistenti tali da non integrare ancora i più gravi reati contro la vita o l’incolumità personale, ma comunque idonei a fondare un giustificato timore tale per tali beni, si è inserita la nuova fattispecie di reato di cui all’articolo 612-bis, Codice penale. Perché sussista la fattispecie delittuosa è quindi necessario, in primo luogo, il ripetersi della condotta: gli atti e comportamenti volti alla minaccia o alla molestia devono essere reiterati. I comportamenti devono essere intenzionali e finalizzati alla molestia. Inoltre, occorre che i suddetti comportamenti abbiano l’effetto di provocare disagi psichici (...).
-----------------

(Nota 1)

Art. 612-bis Codice Penale(1). Atti persecutori.

Salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, e' punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumita' propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

La pena e' aumentata se il fatto e' commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

La pena e' aumentata fino alla meta' se il fatto e' commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilita' di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.

Il delitto e' punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela e' di sei mesi. Si procede tuttavia d'ufficio se il fatto e' commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilita' di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonche' quando il fatto e` connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d'ufficio.

(1) Articolo inserito dal Decreto Legge 23 febbraio 2009, n. 11.

Etichette: , , ,


10.3.09

 

Il monito Ue: «L'Italia aumenti l'età pensionabile, a partire dalle donne»


Ma i conti dell'Inps vanno a gonfie vele: l'avanzo 2008 ammonta a 11 miliardi di euro. «No» dei sindacati a un'altra riforma. (S.F.)

Per pura coincidenza, nel giorno in cui l'Unione europea rinnova la raccomandazione all'Italia sull'innalzamento della pensione di vecchiaia per le donne che lavorano nella pubblica amministrazione, l'istituto nazionale di previdenza (Inps) comunica i suoi dati di bilancio. E dato che non era difficile leggere nelle reazioni politiche nostrane alla decisione europea di parificare l'età pensionabile delle donne a quella degli uomini l'intenzione di rimettere mano al sistema previdenziale per tutti per fare cassa (cosa peraltro confermata direttamente ieri da Bruxelles), la notizia che l'Inps può contare su ben 11 miliardi di avanzo della propria gestione, fa il giro sulle bocche di tutti (sindacati soprattutto) in men che non si dica. Nell'ordine. La «bozza di raccomandazione» che dovrebbe essere adottata martedì dai ministri finanziari Ue - per essere poi portata al consiglio dei capi di stato e di governo Ue del 19 e 20 marzo - fa riferimento ad un annoso problema nostrano: il fatto cioè che sia la spesa pensionistica ad assorbire quasi completamente la spesa sociale italiana in termini di percentuale sul Pil (anche se ciò che si sottace sempre è che sulla spesa pensionistica nostrana grava anche quella assistenziale, a differenza di quanto accade negli altri paesi europei, dove l'assistenza è a carico della fiscalità generale). Dice l'Ue: la spesa italiana per le pensioni cresce meno che negli anni passati, ma resta comunque tra le più alte in Europa, nonostante le ultime riforme (ultimissimi, gli 'scalini' di Prodi nel protocollo welfare del 2007). Perciò, per garantire la sostenibilità del sistema sul lungo periodo, si potrebbe pensare di aumentare i requisiti d'età (con le donne a fare da apripista). Bruxelles suggerisce quindi di utilizzare eventuali nuovi introiti per ampliare il sistema di sostegno alla disoccupazione e renderlo «più inclusivo e uniforme». Il premier Berlusconi resta cauto, soprattutto dopo i malumori in seno al governo stesso creati dalla bozza sull'adeguamento dell'età pensionistica tra donne e uomini nel pubblico impiego: «Ci hanno chiesto questa cosa. Adesso vediamo cosa fare. Stiamo dialogando». I conti pensionistici sembrano invece andare a gonfie vele, stando ai dati resi noti ieri dall'Inps. Grazie soprattutto alle entrate contributive (in particolare l'aumento dell'aliquota per gli iscritti alla gestione separata e per artigiani e commercianti) l'istituto pensionistico ha potuto contare nel 2008 su un avanzo di gestione (che è la differenza tra entrate, in termini di contributi, e uscite, in termini di prestazioni) di 11 miliardi di attivo, in crescita del 21% rispetto al 2007. Tra il 2001 e il 2008, dice ancora l'Inps, il numero di lavoratori iscritti all'Inps è cresciuto del 38%.

Non si fanno attendere le reazioni dei sindacati, che trovano ormai nella difesa delle pensioni l'unico argomento unitario. Morena Piccinini (Cgil) parla di «un bilancio risanato e di una situazione positiva che dovrebbe essere utilizzata a favore dei lavoratori», e conclude: «Questi 11 miliardi derivano in gran parte dalle maggiori aliquote contributive per il lavoro dipendente e per i parasubordinati, e ad essi devono tornare». «Il vero problema oggi è quello di aumentare gli assegni pensionistici e non l'età, ma su questo Bruxelles non dice nulla», attacca Raffaele Bonanni, leader Cisl, «è davvero penoso che dall'Unione europea arrivi solo l'ennesima raccomandazione ad intervenire sul sistema pensionistico italiano come fosse un gioco di società».

(il manifesto, 8.3.09)

Etichette: ,


22.11.08

 

Donne in piazza contro la violenza maschile



A Roma il corteo organizzato dalla Rete nazionale di femministe e lesbiche

In piazza contro la violenza maschile. Alcune migliaia di persone si sono ritrovate, oggi, a Roma per il corteo organizzato dalla Rete nazionale di femministe e lesbiche. Stando ai dati della Casa internazionale delle donne di Roma e di Bologna, ogni tre giorni in Italia una donna muore per le violenze subite da un uomo. In particolare, nel 2007, sono state uccise 126 donne: 44 dai mariti, 11 dai fidanzati o dai conviventi, nove dagli ex mariti e dagli ex fidanzati, dieci dai figli e 14 da sconosciuti. Dati che si aggiungono a quelli di un'indagine Istat dello scorso anno, secondo la quale quasi sette milioni di donne sono state vittime di violenza. La maggior parte (oltre sei milioni) sono state aggredite dal partner.

La manifestazione, che precede la Giornata mondiale per l'eliminazione delle violenza sulle donne, il 25 novembre, è stata anche l'occasione per protestare contro il ddl sulla prostituzione a firma del ministro Carfagna ("criminalizza le prostitute ed impone regole di condotta per tutte; invece siamo tutte indecorosamente libere") e contro il progetto di scuola del ministro Gelmini ("autoritario e razzista"). Il corteo è partito intorno alle 15 da piazza della Repubblica e si è diretto verso piazza Navona, attraversando le vie del centro. "Indecorose e libere contro la violenza maschile", era scritto sullo striscione di testa. E sugli altri: "Cenerentola, Biancaneve e Barbablù c'erano una volta... e adesso non li vogliamo più", "Nella casa del 'Mulino' si nasconde l'assassino", "Ma non lo puoi usare solo per pisciare?".

Il corteo era diviso in spezzoni: femministe, lesbiche e centri antiviolenza. Gli uomini, la cui presenza fu fortemente contestata da alcune manifestanti nel corso della mobilitazione nazionale che si svolse il 27 novembre dello scorso anno, sono in coda.

(Repubblica.it, 22 novembre 2008)

16.11.08

 

Corteo di donne autorganizzato a Roma, 22/11

MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE
In preparazione del 22 NOVEMBRE 2008, P.zza della Repubblica, ore 14.00

La violenza maschile è la prima causa di morte e di invalidità permanente delle donne in Italia come nel resto del mondo. La violenza fa parte delle nostre vite quotidiane e si esprime attraverso la negazione dei nostri diritti, la violazione dei nostri corpi, il silenzio.

Un anno fa siamo scese in piazza in 150.000 donne, femministe e lesbiche per dire NO alla VIOLENZA MASCHILE e ai tentativi di strumentalizzare la violenza sulle donne, da parte di governi e partiti, per legittimare politiche securitarie e repressive e torneremo in piazza anche quest’anno perché i governi cambiano ma le politiche restano uguali e, al giorno d’oggi, peggiorano.

In un anno gli attacchi alla nostra libertà e autodeterminazione sono aumentati esponenzialmente, mettendo in luce la deriva autoritaria,sessista, e razzista del nostro paese. Ricordiamo il blitz della polizia al policlinico di Napoli per il presunto aborto illegale, le aggressioni contro lesbiche, omosessuali e trans,contro immigrate/i e cittadine/i di seconda generazione. Violenza legittimata e incoraggiata da governi e sindaci-sceriffi che vogliono imporre modelli di comportamento normalizzati in nome del “decoro” e della “dignità” impedendoci di scegliere liberamente come condurre le nostre vite.

La violenza maschile ha molte facce, e una di queste è quella istituzionale: vorrebbero risolvere la crisi economica e culturale che stiamo vivendo smantellando lo stato sociale. Per salvare le banche, rifinanziare le missioni militari all’estero e militarizzare le nostre città tagliano i fondi ai centri antiviolenza, ai consultori e a tutti i servizi che garantiscono alle donne libertà, salute e indipendenza.

Con la legge 133 tagliano i fondi alla scuola e all’università pubblica per consegnare l’istruzione nelle mani dei privati determinando la fine del diritto ad una istruzione gratuita e libera per tutte/i.

Con il decreto Gelmini, migliaia di insegnanti, maestre precarie, perdono il posto di lavoro, e viene meno un sistema educativo - il tempo pieno - che sostiene le donne, consentendo loro una maggiore libertà di movimento e autonomia.

L’obiettivo delle riforme del lavoro, della sanità, della scuola e dell’università è di renderci sempre più precarie e meno garantite:mogli e madri “rispettabili” rinchiuse nelle case, economicamente dipendenti da un uomo, che lavorano gratuitamente per badare ad anziani e bambini.

Non pagheremo noi la vostra crisi!

Vogliamo reagire alla violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa agita verso di noi, in famiglia e fuori, "solo" perché siamo donne.Vogliamo dire basta al femminicidio.

SABATO 22 NOVEMBRE
SAREMO DI NUOVO IN PIAZZA COME FEMMINISTE E LESBICHE

PER RIBADIRE
con la stessa forza, radicalità e autonomia che la VIOLENZA MASCHILE non ha classe né confini, NASCE IN FAMIGLIA, all’interno delle mura domestiche, e NON È UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO MA E' UN PROBLEMA DI ORDINE CULTURALE E POLITICO!

E AFFERMARE CHE
al disegno di legge Carfagna, che criminalizza le prostitute e impone regole di condotta per tutte, che ci vuole dividere in buone e cattive, in sante e puttane, in vittime e colpevoli, noi rispondiamo che SIAMO TUTTE INDECOROSAMENTE LIBERE!

al decreto Gelmini che ci confeziona una scuola autoritaria e razzista, noi rispondiamo che VOGLIAMO TUTTE 5 IN CONDOTTA!

ai pacchetti sicurezza e alle norme xenofobe che ci vogliono distinguere in cittadine/i con e senza diritti, rispondiamo che SIAMO TUTTE CITTADINE DEL MONDO E ANDIAMO DOVE CI PARE!

Sommosse – Rete Nazionale di femministe e lesbiche

per adesioni: sommosse_roma@inventati.org

Etichette: , , , ,


21.7.08

 

Dal part time coatto alle dimissioni in bianco. Sempre discriminate


Su un dato, tutte le recenti statistiche sul mercato del lavoro italiano, convergono: la crescita esponenziale del part time, che anche nel 2007 è aumentato del 3,6% rispetto all'anno precedente. Una scelta subìta dalla stragrande maggioranza delle lavoratrici coinvolte (delle 116 mila nuove occupate del 2007, ben 70 mila sono a tempo parziale). Per l'azienda invece, un'affilata arma di ricatto, potenziata ora dalla detassazione di straordinari e «tempi supplementari», varata dal governo. Quale interesse dovrebbe infatti avere un'azienda a trasformare il tempo parziale in tempo pieno - come vorrebbe circa la metà delle donne occupate part time, secondo l'Istat - quando può tranquillamente usufruire dell'orario supplementare (ore lavorative in più) detassato? (Sara Farolfi)

E non c'è solo il part time. I provvedimenti del governo incentivano di fatto i differenziali salariali già esistenti tra uomini e donne (le donne guadagnano circa il 25% in meno, secondo l'Isfol) e accentuano le discriminazioni dirette e indirette nei luoghi di lavoro. Come altrimenti spiegare l' abrogazione della legge sulle dimissioni in bianco? Una pratica diffusissima, soprattutto nelle piccole e piccolissime imprese (che costituiscono il nerbo del nostro sistema produttivo), che consiste nel fare firmare alle donne, all'atto dell'assunzione, una lettera di dimissioni senza data, opportunamente tirata fuori in caso di gravidanza o al rientro della maternità.

Altro che obiettivi di Lisbona, a cui anche l'Italia ha aderito, e che vorrebbe il tasso di occupazione femminile al 60% entro il 2010. Nella media del 2007 il tasso di occupazione per le donne è risultato pari al 46,7%, contro una media europea del 58,3%. Anche quando accedono a un lavoro, per le donne i salari sono più bassi e il trattamento peggiore. Perciò una richiesta di incontro a governo e parlamento è stata avanzata da una nutrita fila di dirigenti Fiom e Fim, per dire della «preoccupazione fortissima per il futuro dell'occupazione femminile che abbiamo, in quanto sindacaliste, rispetto alla manovra che si prefigura».

Part time, dimissioni in bianco e non solo. La detassazione dei premi aziendali ad personam discrimina in particolare le donne, che spesso non ne beneficiano, scrivono nella lettera le sindacaliste. La forte deregolamentazione in tema di orari, turni e riposi settimanali, che porteranno ad un aumento degli orari medi, tendono a ostacolare l'allargamento dell'occupazione e in particolare quella femminile, già molto al di sotto degli obiettivi di Lisbona. E ancora: l'assenza di un piano di rilancio dei servizi per l'infanzia, i tagli alla finanza pubblica, alla scuola e alle amministrazioni locali, comprimeranno ancora i servizi pubblici, con un ulteriore aggravio delle responsabilità di cura che ricadono prevalentemente sulle donne.

Lavora a tempo parziale, secondo i dati dell'Istat, il 13,6% degli occupati. Quattro occupati su cinque (il 78%), sono donne. Il 27% delle occupate è a part time. Moltissime lavorano nella grande distribuzione, con un orario settimanale che va dalle 16 alle 22 ore. «Nel 95% dei casi», non ha dubbi Dora Maffellotti, segretaria Filcams di Milano e Lombardia: un part time a 16 ore significa uno stipendio di 450 euro al mese. Una parziale liberalizzazione del tempo parziale era già stata effettuata dal precedente governo Berlusconi. Abolendo l'assunzione part time a orario fisso, e introducendo quella con clausule flessibili e elastiche. E' il cosiddetto orario supplementare, per cui un'azienda, con un preavviso di quarant'otto ore, può comunicare alla lavoratrice i cambiamenti (o allungamenti) dell'orario di lavoro. «Detassare quelle ore supplementari - conclude Dora - significa aggravare la possibilità per le lavoratrici di uscire dal ricatto perenne».

(il manifesto, 19.7.08)

Etichette: , , ,


15.7.08

 

Rifiuti umani


Le schiave della monnezza

Lavoratrici marocchine impiegate per separare plastica e vetro dall'immondizia. A mani nude e sotto il sole, in mezzo a una montagna di rifiuti. E naturalmente è vietato lamentarsi, pena il licenziamento. La «fabbrica», di proprietà della Star reciclyng, è stata scoperta alla periferia di Padova. La Cgil chiede la sospensione dell'attività (Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi)

Korogocho nel cuore della zona industriale di Padova. Un'immagine - quella della baraccopoli di Nairobi - stridentemente efficace del modello Nordest. La discarica fra i capannoni, dove il lavoro non ha tetto né legge. E' l'ultima frontiera del Veneto, dove immondizia e extracomunitari convivono fino a doversi confondere. E' la Star Recycling di Corso Francia, dove ieri pomeriggio un blitz di Rifondazione comunista a Workers in Action ha squarciato una realtà normalmente accettata. Donne marocchine, con e senza velo, in ginocchio fra i rifiuti. Praticamente ridotte ad una condizione di schiavitù. Costrette a separare montagne di immondizia a mani nude, sotto la canicola estiva. Nessuna protezione, lamentela o protesta, pena il licenziamento in tronco.

Al di là di ogni immaginazione per Padova che si considera una città europea civile. Eppure accade in piena zona industriale, dove il presidente del consorzio Zip Angelo Boschetti progetta torri della ricerca pediatrica, asili infantili, parchi senza vedere dietro la facciata. Un angolo di vergogna, un emblematico luogo produttivo, una terrificante "fabbrica" del Duemila. La Star Recycling è l'altra faccia della speculazione urbanistica e immobiliare nella Zip: l'ha denunciata l'associazione dei costruttori, puntando l'indice perfino contro il sindaco Flavio Zanonato. Mezzo secolo fa, era pura campagna: i contadini furono espropriati grazie ai manganelli della Celere, perché Padova aveva bisogno di una zona industriale simile a Marghera. Oggi la Zip (scaduta la legge nazionale che la istituiva) sopravvive con il vetrocemento direzionale, i capannoni che diventano locali notturni e la produzione industriale che lascia il posto ai servizi. Come quelli della Star Recycling.

La Korogocho in salsa padovana l'hanno scoperta ieri pomeriggio i lavoratori di Workers in Action e gli esponenti locali di Rifondazione, svelando le condizioni subumane di venti lavoratrici immigrate. La ricicleria della Zip era parzialmente bruciata il 10 maggio scorso. Dall'incendio si era salvata solo mezza fabbrica: spazio più che sufficiente per mettere ai lavori forzati il pugno di dipendenti della cooperativa Centro Lavoro.

Padova, capitale della raccolta differenziata che viaggia al 43 per cento, smaltisce i rifiuti a ritmo bavarese e prezzo africano: a partire dalle condizioni di lavoro imposte con il ricatto all'ultimo anello della filiera della «monnezza». Il più debole, il meno visibile. «Una scena raccapricciante - rivela Daniela Ruffini, assessore all'Immigrazione - Schiave chinate su cumuli di sacchi di spazzatura appositamente smembrati. Mai vista una cosa del genere se non in Kenya». Poi l'improvviso faccia a faccia con Samuel Piazza, amministratore unico della Star reciclying. Avvertito dai fedeli kapò (tra loro anche un marocchino) ha provato a respingere oltre il cancello i testimoni dello sfruttamento. Occhi scomodi, come quelli dei media e di Paolo Benvegnù, responsabile lavoro del Prc padovano. «E' bene che tutti sappiano come si lavora in questa azienda - spiega - La Star Recycling avrebbe dovuto attendere il riatto dei macchinari destinati alla separazione prima di riprendere l'attività». Ma il tempo è denaro e la caccia a plastica, carta e lattine era stata affidata all'esercito silenzioso messo a disposizione dalla cooperativa Centro Lavoro. Ultimo tassello della fiera del subbappalto che fa capo a Progetto Salvaguardia Ambiente Spa. Già proprietaria del Centro riciclo di Monselice (altro impianto che funziona con braccia magrebine) la società ha affidato la raccolta differenziata a Work Service che, a sua volta l'ha "girata" a Centro lavoro. Appalto su appalto. Ora la palla è passata alla Cgil. I sindacalisti hanno chiesto l'interruzione del riciclaggio fino alla sistemazione «strutturale» dell'azienda . E avvertono: «Non accettiamo trucchi: in caso di blocco la Star Recycling dovrà continuare ad erogare lo stipendio alle lavoratrici - puntualizzano alla Cgil - Fino all'inserimento delle venti dipendenti nel libro paga della casa madre, e non una delle tante cooperative. Anche perché molte operaie sono state licenziate e riassunte diverse volte. In altre parole hanno continuato a pagare i contributi anche quando non lavoravano».

Oltre il danno, la beffa. Eppure basterebbe guardare qualche chilometro più a Nord, alla vicina ricicleria di Vedelago, nel trevigiano. Dove gli operai vengono assunti direttamente dal gestore dell'impianto. Paga base: 1.400 euro al mese.

(il manifesto, 12.7.08)

Etichette: ,


This page is powered by Blogger. Isn't yours?

"La donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal Capitale"

(Camilla Ravera - L’Ordine Nuovo, 1921)

--------------------------------------

Sciopero generale, subito!

Stop agli omicidi del profitto! Blocchiamo per un giorno ogni attività. Fermiamo la mano assassina del capitale. Organizziamoci nei posti di lavoro in comitati autonomi operai con funzioni ispettive. Vogliamo uscire di casa... e tornarci!

--------------------------------------