4.9.07

 

«Scartano» le femmine, Cina e India paesi di scapoli


Se il controllo delle nascite fa bene all'ambiente, ma non alle donne


Grazie alla politica del figlio unico la Cina in un quarto di secolo ha «evitato» 300 milioni di nascite, l'equivalente della popolazione degli Stati Uniti. E poiché ogni bipede produce mediamente 4,2 tonnellate di andride carbonica l'anno, nel 2005 la Cina ha «evitato» al pianeta l'emissione di 1,3 miliardi di tonnellate di gas serra. Dunque, invece di puntare il dito contro di noi, ringraziateci. Ha detto più o meno così Su Wei, capodelegazione cinese ai colloqui sul clima terminati ieri a Vienna. (Manuela Cartosio)

Il calcolo aritmetico-ambientale non fa una grinza. Su Wei, però, ha «evitato» in quella sede di ricordare gli effetti collaterali negativi della politica coercitiva del figlio unico, varata da Pechino alla fine degli anni Settanta. Il più drammatico è la rarefazione delle donne, l'abnorme squilibrio di genere che condanna la Cina a essere sempre più un «paese di scapoli» per scarsità di mogli. Fenomeno ultranoto su cui la scorsa settimana il governo cinese ha rilanciato l'allarme: nel 2020, stando alle proiezioni, i maschi in età matrimoniale supereranno le femmine di ben 30 milioni. La forbice alla nascita invece di stringersi si è allarga (119 maschi contro 100 femmine nel 2005). Gli incentivi (bonus, scuole gratis) promessi da alcune amministrazioni locali per convincere le coppie ad accettare un nascituro femmina non hanno scalfito la cultura patriarcale. Sono i maschi a trasmettere il nome di famiglia - in Cina i cognomi sono poco più di 300 e precedono il nome - e, dovendo scegliere, si «scartano» le femmine. Urgono «regolamenti più severi» per arginare gli «aborti selettivi», annuncia il governo. Sulla carta le regole già ci sono. Dai primi anni Novanta sono proibite le ecografia per finalità «non mediche», quelle cioè fatte solo per conoscere il sesso del nascituro. Per aggirare il divieto, basta passare una «bustarella» al personale sanitario.

Analoga situazione «sbilanciata» in India. E anche qui, ha sottolineato ieri il Fondo Onu per la popolazione, lo squilibrio tra maschi e femmine aumenta invece di diminuire. Si stima che in India si pratichino 2 mila aborti selettivi al giorno. Tutte donne che «mancheranno» tra vent'anni, quando più maschi dovranno disputarsi un'unica moglie. Già ora si segnalano casi di «poliandria», più uomini (spesso fratelli) che «condividono» la stessa moglie. In crescita, sia in India che in Cina, la compravendita delle ragazze in età da marito e l'«importazione» di mogli da paesi confinanti. Il censimento del 2001 aveva registrato picchi di squilibrio di genere (800 ragazze contro 1.000 ragazzi) in Punjab, Gujarat, Haryana, Himachel Pradesh e persino a New Delhi. Che la capitale figuri tra le zone a massima rarefazione femminile conferma che gli aborti selettivi non sono soltanto un retaggio del passato, traduzione moderna dell'infanticidio, fenomeno delle aree rurali arretrate. Anche le donne «emancipate» delle borghesia urbana «scartano» le figlie femmine. L'onerosa dote, che in India va assegnata alle figlie che vanno ad «annaffiare il giardino» della famiglia dello sposo, è un molla potente per preferire il figlio maschio. Ma non spiega tutto.

Quando una merce scarseggia, il suo valore aumenta. Questa legge del mercato non vale per le donne. Dovrebbero essere riverite e coccolate. Invece sia in Cina che in India l'indice di mortalità tra le bambine da zero a cinque anni supera di molto quello dei coetanei maschi. La spiegazione è semplice: le bambine vengono alimentate e curate meno dei bambini. Altro segnale d'infelicità femminile: in Cina, il paese con il più alto tasso di suicidi, le donne si uccidono più degli uomini (sia in percentuale che in cifra assoluta).

Tra i dati forniti dalle autorità cinesi spicca il caso limite della città di Lianyungang: 160 fiocchi azzurri, ogni 100 rosa (la media mondiale è di circa 105 maschi ogni 100 femmine). E meno male che Ju Hintao vuol costruire la società «armoniosa».

(il manifesto, 1.9.07)

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(Camilla Ravera - L’Ordine Nuovo, 1921)

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