18.10.07

 

Gurbet Ersoz: guerrigliera kurda


Quali sono le nostalgie di una donna, che cosa vorrà fare una donna, come vorrebbe vivere, come potrebbe emanciparsi? Gurbet Ersoz è la risposta a queste domande.

Nata nel 1965 l'11 luglio a Ziver, un villaggio di Bingol, ha frequentato l'istituto professionale, concluso la facoltà di chimica nel dipartimento di scienze a Cukurola e abbandonato il dottorato di ricerca all'ultimo anno. Non accettò mai di fare la carriera universitaria perché la vedeva come una costrizione, che per una donna come lei si sarebbe sommata alla condizione di donna che già subiva. Forse per molte diventare professoressa è un sogno, ma per lei era come una trappola che ti apre le strade, ma poi ti aspetta al varco. Per lei la bellezza della vita era data da tutte quelle difficoltà che la rendono dura e allo stesso tempo auspicabile, per questo scelse la via più tortuosa e lunga, credendo nella luce che illumina la vita, che l'avrebbe attesa alla fine del cammino.

Una strada lunga che per poterla percorrere richiedeva un buon fiato, amore, fede, tenacia e una personalità decisa, tutto questo era in Gurbet.

La parola Gurbet significa esilio, Gurbetelli vuol dire colui/colei che vive in esilio. Un nome pesante dovuto al fatto che, alla sua nascita, il padre era lontano dalla sua terra e dalla sua casa.

La storia familiare di Gurbet è una storia antica e tipicamente kurda. Suo fratello morì combattendo da partigiano sulle montagne del Kurdistan e già il loro nonno all'inizio del Novecento, all'epoca delle rivolte kurde, aveva partecipato alla lotta.

La vita di Gurbet è sempre stata quella di una ragazza disciplinata e diligente, sapeva parlare tre lingue e due fra i dialetti kurdi. Quando andava alle elementari era molto intelligente, parlando spontaneamente in kurdo alle maestre, ai compagni e compagne, non venendo compresa si sentiva diversa e chiedeva al nonno che significava essere kurdo, che significava una rivolta. Durante l'università rimase molto impressionata dalla storia delle rivolte kurde dei primi anni del '900, questa è stata la prima ragione che l'ha spinta ad impegnarsi politicamente, cosa che gli costò più volte provvedimenti disciplinari. All'università nonostante avesse preferito studiare legge o giornalismo, si trovò a studiare le scienze, era fra le migliori studentesse del dipartimento di ricerche dell'università, ma non lasciò il suo sogno di fare la giornalista. Inoltre, già i racconti del nonno, quando era piccola, le avevano trasferito curiosità e voglia di impegnarsi, un nonno che dopo aver partecipato a quelle rivolte, soffocate nel sangue, non ne parlava mai, se non con la sua nipotina che lo interrogava.

A causa della sua intensa attività politica, in città e all'università, fu arrestata e subì gravi violenze mentre si trovava in carcere, l'accusa contro di lei era di essere una dei membri del PKK, di un'organizzazione terrorista, fu così condannata a dieci anni di prigionia.

Una volta libera, divenne [direttore responsabile] di Ozgur Gundem (uno dei tanti quotidiani filo kurdi sequestrati, messi al bando e costati la vita a molti), lavorò al fianco di importanti giornalisti e intellettuali Yasar Kemal, Haluk Gerger, Akin Birdal, coinvolgendo nel lavoro del giornale molti giovani. Il suo motto era, infatti, coinvolgere tutti gli uomini e le donne di buona volontà di Turchia, intellettuali e non, perché credeva fermamente che solo loro potessero essere le speranze e la luce, i simboli della fratellanza, dell'amicizia e della pace per la Turchia, per il popolo turco e per quello kurdo.

Lo slogan del giornale, che appariva sotto la testata, da lei fortemente voluto, era "le verità non rimarranno nell'oscurità".

I sui ritmi di lavoro al giornale, il suo impegno, la sua tenacia, erano sempre stati fonte di morale e coinvolgimento per tutti. Era piccolina e scura, tutti la chiamavano la "ragazza nera", ma la sua decisione, il suo modo responsabile di agire le significò un grande rispetto. Durante quel periodo, furono uccisi molti giornalisti e venditori di giornali, lei fu di nuovo arrestata il 10 dicembre 1993, data a cui risale anche la definitiva chiusura del giornale.

Moltissimi giovani hanno perso la vita per voler mostrare la verità, tutto rientra proprio in quel quadro che anche Gurbet aveva compreso per cui ogni cosa bella, ogni giustizia, ogni eroe passano per la sofferenza, una grande sofferenza.

Yasar Kemal disse una volta incontrandola "una donna all'interno della società kurda è responsabile del giornale. Veramente credo che i kurdi di oggi non siano gli stessi di una volta. Il mio più grande amico, Musa Anter (uno srittore kurdo, assassinato), che mi era molto vicino, sognava proprio questo".

Dopo la chiusura di Ozgur Gundem e dopo le repressioni e le difficoltà a vivere ovunque in Turchia, lei pensò che non aveva significato rafforzare la realtà di uno stato fascista, perché in quel modo riteneva che niente potesse essere cambiato. Non aveva dubbi, era sicura, decise e se ne andò.

Frequentò l'accademia politica fra le donne del PKK e contemporaneamente, con la guerra che andava avanti, si addestrava e cresceva nell'esercito di liberazione. In quegli anni Gurbet studiò, scrisse, criticò e fu criticata, non smettendo mai di crescere.

Quando incontrò il Presidente del PKK, Abdullah Ocalan, egli le disse che era ormai il momento che il suo nome cambiasse, da Gurbet a Vatan(patria), diventando Vatanelli, era questo il senso della sua scelta.

Per Gurbet, infatti, questa era la strada che la portava verso la sua nostalgia, a colmare quella sottile e profonda mancanza che sentiva nel cuore. Da Comandante, Gurbet andava a combattere contro il nemico crudele, lo stesso che, quando era piccola, suo nonno gli raccontava. Il suo cuore era pieno di emozione, perché finalmente andare sulle montagne significava andare alla ricerca della libertà.

Una donna che sceglie la vita della militante e della guerrigliera, fa molte rinunce, la sua è una scelta difficile. Gurbet scrisse all'inizio della sua militanza "Da giovane avevo una storia d'amore, con un ragazzo che per le mie stesse ragioni è finito in prigione. I miei mi spingevano a sposarmi, ma io ho sempre odiato l'idea di diventare oggetto di qualcuno o che qualcuno lo potesse essere per me. Una persona che posso amare deve essere molto generosa, praticamente molto diversa da quanti vivono in questa società. Oggi, credo che per una donna che non sappia emanciparsi nella mente e nella vita, con una relazione di tipo caratteristico, significa morire, io non voglio morire in questo modo".

Quando Gurbet si trovava ancora all'università, amava essere una ricercatrice e si faceva affascinare dagli esperimenti, perché le erano utili ha dare soluzione alle domande cui non sapeva rispondere.

Come risponderebbe alle circostanze della sua morte? Come spiegherebbe il senso di essa? Gurbet è stata uccisa da un colpo inferto da un pesmerga del PDK, con le armi tedesche dei soldati turchi. Gurbetelli era un essere umano, una kurda e una donna, per questo è morta. Uccisa dalle armi antiuomo, per mano di un kurdo armato dai difensori della Repubblica turca.

Ferda, una sua compagna ha scritto di lei, "Ho visto Gurbetelli la mattina che è stata uccisa; abbiamo discusso molto della situazione della guerra, della stampa, delle martiri e dell'emancipazione della donna, non ho mai sentito parlare con così tanta felicità e riflessione. Dopo aver bevuto un te insieme, ci siamo dette arrivederci, è un'espressione che ci diciamo sempre, anche quando sappiamo che stiamo andando verso un luogo pericoloso, una battaglia difficile, la voglia e la speranza di andare avanti è sempre forte. Abbiamo vissuto molti distacchi, con le persone, gli amici e le amiche che amavamo molto, in questa guerra ingiusta e sporca, che opprime il popolo kurdo. Lo stato tedesco ancora produce le armi che vengono usate contro i kurdi, addirittura non le vende sempre, le regala anche. Le armi non hanno il cuore, Gurbatelli era una donna dal cuore grande e limpido, che è stata uccisa dalle armi tedesche".

Gurbetelli ogni giorno, fin dai tempi del giornale, fino all'accademia e alla guerra scriveva un diario (Sguardi), che è poi stato pubblicato, e che ogni ragazza, donna kurda del movimento e non legge con entusiasmo. L'amore è una felicità che divide per mille un piccolo seme. Prendersi la responsabilità di sofferenze grandi come le montagne, richiede alle persone di moltiplicarsi. Gurbet ci è riuscita, camminando si è liberata, è diventata bella ed è cresciuta.

È possibile che una persona non abbia un difetto, una persona così non ha difetti? Non è mai stata gelosa? Nel suo diario l'ha dichiarato con parole semplici: "sono gelosa dell'aquila, avrei tanto voluto volare, arrivare fino ad Amed (Diyarbakir), fermarmi sulla cima di un'alta montagna e guardare al fiume Murat (che passa nella provincia di Bingol), da là arrivare fino al Munzur e alle montagne di Dersim".

Conoscere Gurbet vuol dire conoscere la donna kurda che vive il periodo della trasformazione della donna kurda. Il suo diario non era solo suo, chiamava all'umanità, ai valori umani. Raccontava della nostalgia della nazione kurda, delle speranze, della rabbia, dell'amore, ogni riga scritta con sapienza è come un ricamo prezioso. Ogni sua parola è stata una trappola per il nemico, la sua lotta contro il nemico erano le sue parole. Non ha mai dimenticato di essere la nipote di Sersaid, suo nonno, e non ha mai dimenticato le parole del Presidente Apo, che la incitò a diventare Vatanelli.

Ogni volta che si prospettava una dura battaglia, Gurbetelli e le altre nascondevano sotto terra le proprie cose, ma soltanto due cose non poté mai nascondere: il suo diario e il velo bianco che sua madre le regalò. Un velo che custodiva gelosamente, perché l'odore di sua madre non scomparisse.

Leggere le pagine del suo diario permette di viaggiare con lei lungo il suo percorso, arrivare alla libertà e all'emancipazione, passando per la rivoluzione: "sulle montagne Gare a raccogliere i narcisi, lungo lo Zap fra i bucaneve, fra le grandi querce del Botan".

(Fonte: http://www.uikionlus.com/modules.php?name=News&file=article&sid=123)

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Un contributo alla discussione con l'analisi del disegno di legge che vuole tappare la bocca ai blog.
--->>>Sodomie legislative
ciao
FikaSicula
 
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"La donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal Capitale"

(Camilla Ravera - L’Ordine Nuovo, 1921)

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