9.10.07

 

«La verità su Ciudad Juarez»


Marisela Ortiz è a Perugia per denunciare il «femminicidio» delle giovani donne che lavorano nelle maquiladoras al confine tra Messico e Usa. Nel silenzio del mondo. (Alessandro Braga).

I capelli neri, raccolti dietro la testa in una coda di cavallo. Lo sguardo fiero, dice decisa: «Ho paura, mi sento abbandonata dalla mia comunità, ma sento l'appoggio di tanta gente in giro per il mondo. Per questo continuerò, fino alla fine». E fino alla fine significa finché non si saprà la verità su quanto è accaduto a centinaia di donne a Ciudad Juarez, una cittadina al confine tra Messico e Stati Uniti, dove dal 1993 sono state rapite, violentate, torturate e uccise oltre mille donne. A parlare è Marisela Ortiz, insegnante, psicologa e una delle fondatrici di Nuestras Hijas de regreso a casa, un'associazione che si batte per i diritti civili e perché venga a galla la verità riguardo ai fatti di Ciudad Juarez. Domani parteciperà alla Perugia-Assisi.

Perché sei in Italia?

Sono qui per denunciare i crimini impuniti che avvengono dal 1993 nella mia città, Ciudad Juarez, e organizzare un movimento di solidarietà per chi si batte da anni perché si sappia la verità.

Cosa succede esattamente nella tua città?

A Ciudad Juarez dal 1993 avvengono crimini che non sono riportati in nessun elenco ufficiale. Giovani donne, che vengono da noi per lavorare nelle maquiladoras, vengono rapite, violentate, torturate e uccise. I loro corpi straziati solitamente vengono ritrovati qualche tempo dopo, spesso è difficile addirittura il riconoscimento. Si tratta di un vero e proprio «femminicidio», una violenza perpetrata nei confronti delle donne che mira al loro annientamento dal punto di vista morale, psichico e fisico.

Quanti sono i casi?

Circa un migliaio, ma non vorrei soffermarmi sui numeri. Il problema non sono tanto i numeri ma il retroterra culturale e sociale che permette questi crimini e la loro impunità. Inoltre non esiste un elenco ufficiale. Molte donne non sono più state trovate, e la maggior parte dei crimini sono stati derubricati a violenza domestica o passionale, riducendo così il numero totale dei crimini. Molti casi poi, nonostante sui corpi ritrovati ci fossero evidenti tracce di violenze e torture, non sono stati riconosciuti come «femminicidio». Il governo dello stato di Chihuahua riconosce ufficialmente 120 casi di femminicidio, mentre gli altri casi, come dicevo, vengono ridotti a semplici omicidi passionali o domestici. E nei casi di non riconoscimento dei corpi non si parla di femminicidio. Per non parlare poi dei casi in cui si tirano in ballo le «cause accidentali».

Il governo messicano cosa fa?

Gli ultimi due governi che si sono succeduti hanno trattato la questione in maniera a dir poco infame. Hanno addirittura cercato di far ricadere le colpe di quanto accaduto addosso ai familiari e alle vittime stesse. Gli stessi mezzi di comunicazione di massa sono così corrotti che danno delle vicende una visione totalmente distorta. Pensate che spesso mi cercano per interviste, salvo poi ridicolizzare le mie parole e farmi passare agli occhi della pubblica opinione come una bugiarda che vuole screditare l'immagine del suo paese. Il governo attualmente in carica ha fatto qualche passo avanti, ma solo dal punto di vista sociale e non giuridico. Ha cercato di affrontare il problema come se fosse un problema di ordine pubblico, ma non è così. Noi vogliamo che ci siano delle indagini serie e che si arrivi all'individuazione dei colpevoli.

E le autorità giudiziarie?

Ultimamente siamo riuscite a parlare con la procuratrice Patricia Gonzales, ma solo grazie all'intermediazione dell'ambasciata belga. Per avere udienza dobbiamo utilizzare canali internazionali. Qualche sforzo per arrivare alla verità viene fatto, ma spesso è vanificato dalla negligenza, o peggio dalla complicità, dei funzionari che dovrebbero scoprire la verità.

Intendi la polizia?

Sì. Abbiamo fatto numerose denunce in cui si facevano esplicitamente i nomi di agenti che durante le indagini si erano dimostrati negligenti se non peggio. Ma, invece di una punizione esemplare, non è successo nulla. E questo li ha rafforzati nella loro posizione di impunità. E' ancora più grave se si pensa che alcuni fatti risalgono a 10, 12, addirittura 14 anni fa. E nessuna giustizia per queste ragazze è ancora arrivata. Faccio un esempio che spiega bene la situazione: qualche mese fa Maria Luisa Andrade, la sorella di una delle ragazze assassinate, ha trovato due agenti che si stavano occupando del caso e ha chiesto notizie sulle indagini. Per tutta risposta si è vista minacciata. Le hanno detto che se non avessimo ritirato le denunce nei confronti dei loro colleghi l'avrebbero uccisa.

Ma l'amministrazione comunale non fa niente?

Il sindaco ha dichiarato che certi fatti, che avvengono tra le quattro mura domestiche, sono inevitabili. E recentemente ha anche detto che chi come noi sostiene che si possono prevenire, evitare e punire, sono persone bugiarde e false, che vogliono il male della loro città. Faccio un altro esempio: una donna assalita dal proprio marito era riuscita ad avvisare un parente, una zia, che ha subito chiamato la polizia. La pattuglia è arrivata un'ora dopo che la ragazza era stata uccisa. Alla gente che domandava perché di questo ritardo è stato risposto che il sindaco aveva ordinato di pulire tutte le automobili della polizia perché ci sarebbe stata l'inaugurazione dell'Opera Real, la più importante realizzazione del suo mandato. Quindi anche da questo punto di vista non c'è nessun aiuto, anzi.

Anzi...?

Ultimamente abbiamo saputo dell'esistenza di un piano per «ripulire» l'immagine della città. E per loro «ripulire» significa far sapere che a Ciudad Juarez va tutto bene, che non succede nulla. Insomma insabbiare tutto, semmai accusare noi che insistiamo nel chiedere la verità di voler «sporcare» l'immagine della nostra città per chissà quali ragioni. Noi siamo le prime a voler «ripulire» la città, ma per amore della giustizia e della verità, per un miglioramento reale delle condizioni sociali della popolazione e non certo per le ragioni economiche che sottendono questo piano. Ci sembra assurdo che si spendano 10 milioni di pesos in queste campagne, era meglio se si fossero spesi per evitare i crimini e arrivare alla verità.

E la comunità internazionale cosa fa?

Abbiamo sottoposto la questione all'attenzione del parlamento europeo. C'è un parlamentare catalano che chiede che i rapporti con il Messico siano vincolati al rispetto da parte di quest'ultimo di tutti i diritti umani. E anche il parlamento italiano sta portando avanti una proposta presentata da alcune parlamentari. Per questo alcuni deputati messicani stanno cercando di bloccare la proposta dell'Ue portando avanti una campagna di diffamazione nei nostri confronti: dicono che siamo false, che tutto va bene e che nella maggior parte dei casi le indagini sono arrivate alla soluzione.

Siete isolate e ostacolate da tutti. Avete ricevuto minacce?

La sede della nostra associazione è stata più volte assaltata e distrutta e sono stati trafugati numerosi documenti che dimostravano la negligenza degli agenti.

Anche tu sei stata minacciata?

Più di una volta. L'ultima lo scorso agosto. Ero in macchina con le mie due figlie, ci hanno sparato due colpi di pistola. Non ci volevano uccidere, voleva essere un avvertimento.

Hai paura?

Ho paura per me, per le mie compagne e per la mia famiglia. E' mia intenzione far sapere a tutti che se dovesse succedere qualcosa a me, alla mia famiglia o alle mie compagne riterrò responsabile il governo dello stato di Chihuahua.

Hai mai pensato di mollare?

Mai. Mi sento abbandonata dalla mia comunità, ma sento anche l'appoggio di tanta gente in tutto il mondo. Per questo continuerò finché la verità non verrà a galla.

(il manifesto, 6.10.07)

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"La donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal Capitale"

(Camilla Ravera - L’Ordine Nuovo, 1921)

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