31.12.07

 

Dall'Iraq alla Siria, da donne a merci


La prostituzione femminile è una delle principali attività tra i 500.000 iracheni fuggiti in Siria. Oltre 50.000 donne sono costrette a vendere il proprio corpo, spesso sotto la «protezione» delle famiglie. Moltissime le minorenni: qui il mercato apprezza soprattutto la verginità. Anche quella dell'imene ricostruito (Giuliana Sgrena)

Damasco. Grandi edifici tutti uguali, color ocra, nuovi ma già fatiscenti, sono i condomini costruiti dal governo siriano per risarcire i proprietari di case e terreni espropriati per opere pubbliche. Ci troviamo all'estrema periferia di Damasco, nel quartiere nuova Hussaniya, una scuola dell'Unrwa indica la presenza di profughi palestinesi, accanto a molti iracheni. In uno di questi appartamenti anonimi incontriamo la famiglia di Adnan Abdelkarim Hassan. Come in tutte le case dei profughi iracheni non c'è nessuna suppellettile, ma qui ci sono delle sedie e non solo strapuntini per terra e come in tutte le case una televisione è sempre accesa: in alcuni casi serve per intrattenere i bambini, ma soprattutto per avere notizie dall'Iraq. E anche Adnan, 65 anni, vestito con la tradizionale dishdasha e con il subha (rosario) in mano, è seduto davanti alla tv. Ma non si limita a guardare le notizie su tutte le reti arabe - al Arabiya, al Jazeera, al Iraqiya, al Hurra, al Sharqyia, meglio non fidarsi di una sola versione -, a fine giornata annota in un quaderno tutte le notizie irachene del giorno. «Questo è il mio contributo alla resistenza - dice - c'è chi usa le armi e chi la penna» e mi mostra i quattro quaderni di grandi dimensioni dove è raccolta la sua cronaca dell'Iraq.

Ha lasciato il suo paese, dopo che era andato in pensione (lavorava al ministero dell'edilizia) e il fratello era rimasto ucciso nella sua casa da uno dei bombardamenti americani su Haditha, tristemente famosa per questo tipo di massacri. Soprattutto è fuggito per proteggere i figli: il più grande si chiama Omar e basta un nome sunnita per essere ucciso dalle milizie sciite a Baghdad, tant'è vero che l'ultimogenito è stato chiamato Ali, inviso ai sunniti. La figlia invece l'avevano fatta sposare giovanissima. Per proteggerla, dicono i genitori. Ma, dopo un mese di matrimonio, il marito è stato ucciso da un'autobomba mentre andava al lavoro. Lei, giovane sedicenne, vedova e incinta, ha raggiunto i genitori a Damasco e, dopo aver perso il bambino, ha ricominciato a studiare. Per lei in fondo la vita è ricominciata proprio quando quella dei genitori si è fermata. La sua aria dolce e schiva non nasconde la volontà di continuare a vivere una vita sua.

Una scuola per profughi

In Siria gli iracheni hanno il diritto di andare a scuola - un diritto acquisito solo recentemente in Giordania -, ma solo il 10% dei ragazzi in età scolare approfitta di questa opportunità. Gli altri spesso lavorano per mantenere la famiglia: il 10% delle famiglie dei profughi sopravvive con il lavoro dei propri bambini. Anche bambine, che lavorano in fabbrica dieci ore al giorno o sostano per strada con una bilancia per far pesare i passanti in cambio di poche lire siriane. Anche la famiglia di Adnan sopravvive con il lavoro del figlio più piccolo, dopo che l'introduzione del visto non gli permette più di andare in Iraq a riscuotere la pensione (180 dollari ogni due mesi) e a ritirare le razioni di cibo governative, mentre all'affitto della casa di Baghdad ha già dovuto rinunciare quando è stata occupata dalle milizie sciite. Ali però a scuola ci va e lavora nelle vacanze, mentre il fratello maggiore non trova un'occupazione qualsiasi, in nero, naturalmente. Inoltre molti bambini soffrono di problemi psicologici per la violenza vissuta in Iraq o semplicemente, perché a causa della guerra hanno perso due-tre anni di scuola, si sentono a disagio in classi dove gli alunni siriani sono molto più piccoli. Infine poiché il sistema educativo siriano è diverso da quello iracheno, l'inserimento è difficile, nonostante la lingua sia la stessa. L'inglese, per esempio, in Siria viene studiato dal primo anno di scuola, in Iraq invece dal quinto.

Per supplire a questo ritardo Faiza, una donna molto attiva (prima in Iraq e ora in Siria, dove lavora spesso come fixer con i giornalisti) e madre di due figli, ha deciso di aprire a casa sua un corso di inglese, gratuito, per studenti fino ai 18 anni. Il corso si tiene di venerdì, dalle 10 alle 16, con turni di due ore per ogni gruppo. Ad insegnare oltre a lei ci sono altre insegnanti irachene, ora disoccupate, e giovani studenti di madrelingua inglese che si trovano a Damasco per studi. Sono già 75 i ragazzi iscritti, ma lo spazio è ristretto, la piccola sala è molto affollata, ognuno fa del suo meglio per permettere a tutti di seguire le lezioni, ma occorrerebbero delle aule. Le bambine sono le più vivaci, soprattutto quando sono piccole, poi crescendo, assumono un ruolo più dimesso sotto il pesante velo nero. Faiza organizza i turni di studenti e insegnati, si preoccupa se qualcuno manca, chiama i genitori - il cellulare è fondamentale per i contatti quotidiani degli iracheni - se non vengono a prendere i figli.

In un angolo della stanza vi è Dumua, una ragazza di 15 anni, analfabeta, è venuta un giorno ad accompagnare due sorelline più piccole che vanno a scuola, già coperte da capo a piedi da un pesante velo nero, e Faiza l'ha convinta a imparare a leggere e scrivere. Dumua è arrivata qui da Kerbala con la sua famiglia, genitori e otto figli. Ha fatto solo la prima elementare perché la sua famiglia si muoveva spesso e il padre, molto conservatore e anche lui analfabeta, non si curava certo dell'educazione dei figli e soprattutto delle figlie. Dumua però vuole imparare a leggere e scrivere, perché, dice, non sa neanche riconoscere le insegne per strada e deve sempre chiedere aiuto a qualcuno. Faiza l'ha affidata a Um Haidar, in Siria dal novembre del 2006, perché il marito ha dovuto scappare dall'Iraq. Medico, specialista in cardiologia, specializzato in Gran Bretagna, aveva diretto un dipartimento al ministero della sanità, ma era considerato un «collaborazionista» e quindi ha dovuto lasciare il paese. Ora non può più lavorare, sta chiuso in casa con una forte depressione e spesso è violento con figli, racconta Um Haidar. Ma è una storia che abbiamo sentito raccontare da molti tra i profughi iracheni. Sono gli uomini i più depressi: si chiudono in casa, spesso perché hanno paura a uscire oppure semplicemente perché non hanno un motivo per farlo. Tra i profughi sono le donne ad avere una reazione più positiva alla vita di stenti, sono loro ad affrontare le situazioni più penose e anche a prestare aiuto a chi sta peggio.

La tratta delle giovani

Ed è spesso la disperazione anche a indurre molte giovani irachene sulla strada della prostituzione. E non sempre consapevolmente: tra l'Iraq e la Siria vi è una vera e propria tratta di giovani donne che vengono poi costrette a prostituirsi. A volte i trafficanti del sesso rapiscono le donne e le narcotizzano per portarle via, altre volte fanno leva sulla loro miseria per convincerle, altre ancora è il padre a venderle per ottenere un po' di soldi.

Sono giovanissime. Proveniva da Falluja la ragazza dodicenne incontrata da Walid, volontario di una ong siriana, in un night club di Damasco. È arrivata in Siria con le sorelle dopo che tutti i maschi della famiglia erano stati uccisi. «Voglio solo un tetto sulla mia testa e ho bisogno di un lavoro. Non importa se buono o cattivo, devo aiutare la mia famiglia», spiegava la ragazzina la cui testimonianza è contenuta in un rapporto dedicato dall'Unicef Siria alle adolescenti irachene. I nightclub sono i luoghi privilegiati per la prostituzione. A volte sono le madri ad accompagnare le figlie e ad aspettare che finiscano il loro lavoro per riaccompagnarle a casa, discretamente. Altre volte è il padre di famiglia che affitta un appartamento, soprattutto nel quartiere di Jaramana dove vivono molti profughi cristiani, e poi invita i clienti ad avere rapporti con figlie e moglie. In inverno i clienti sono soprattutto siriani e iracheni, mentre in estate arrivano gli sceicchi del Golfo, che preferiscono dare al loro rapporto una copertura con un «matrimonio di piacere» (temporaneo), ma pretendono che le ragazze siano vergini e sono disposti a pagare migliaia di dollari. Un business a cui non possono rinunciare i «procuratori», tra di loro ci sono anche donne. Ma le ragazze, costrette a prostituirsi molto giovani, spesso vergini non lo sono più così si ricorre alla ricostruzione dell'imene, attività fiorente in Siria come in altri paesi dove la verginità resta un tabù. Difficile avere dati e contatti con le donne che si prostituiscono perché la prostituzione è illegale e chi la pratica rischia l'arresto. Secondo Hana Ibrahim dell' Iraqi women's will organization in Siria ci sarebbero circa 50.000 prostitute irachene, molte sotto i 18 anni.

Difficile anche il tentativo di recuperarle da parte dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) e non solo per la loro invisibilità (spesso vivono ostaggio dei trafficanti, chiuse nelle loro case dove vengono maltrattate e mantenute con poco cibo) ma anche perché al massimo con un lavoro normale (al nero visto che non hanno permesso di lavoro) potrebbero guadagnare 60/80 dollari al mese, quanto guadagnano prostituendosi in una notte. Se le autorità le individuano vengono deportate in Iraq, questo non impedisce che ritornino in Siria con documenti falsi. Spesso è la loro stessa famiglia a «rivenderle» se tornano a casa. Ci sono state anche donne coraggiose che sono andate alla polizia per denunciare lo sfruttamento sessuale, ma sono state deportate dopo aver subito violenza anche dai poliziotti. In mancanza di una legislazione adeguata (l'Organizzazione per la migrazione sta lavorando per una legge contro la tratta), finora a Damasco l'unico modo per sfuggire al rischio di essere uccise se sfuggono alle «regole» imposte dai loro «protettori» o di essere rivendute dai loro familiari è quello di rivolgersi alle suore del Buon pastore che hanno costruito una casa rifugio per proteggere queste donne a rischio. In febbraio, con l'aiuto dell'Unhcr, dovrebbe essere pronta una nuova casa rifugio che ospiterà 120 donne. Naturalmente si tratta di strutture che non sono in grado soddisfare tutte le richieste. Di donne a rischio sono il 20 per cento delle domande di «resettlement» in un paese occidentale.

Rapite e stuprate

Tra gli iracheni in attesa di partire vi sono anche due famiglie che incontriamo nel quartiere di Jaramana. Sono sabei, una setta religiosa preislamica originaria della Mesopotamia, sperano di poter raggiungere i parenti in Australia. All'inizio l'ambasciata australiana aveva accettato la loro domanda ma poi l'ha rifiutata: la sorella che vive in Australia non avrebbe le condizioni economiche richieste. Ma Zuheila e Mithaq, 33 e 28 anni rispettivamente, non possono tornare in Iraq. Il marito di Zuheila, come è tradizione dei sabei, aveva una gioielleria a Baghdad, ma nel giugno del 2006 è stata incendiata e distrutta. Da tempo erano minacciati perché non musulmani. Il marito aveva allora cominciato a fare l'autista tra Baghdad e Bassora. «Una mattina, mentre mio marito era in viaggio, ero in casa con i tre figli, la più piccola aveva solo cinque mesi, quando degli uomini armati hanno fatto irruzione nell'edificio e mi hanno portata via. Mi hanno narcotizzata, quando mi sono svegliata ero in un letto: per tre giorni sono stata violentata da cinque uomini, mi hanno rilasciata dietro il pagamento di 10.000 dollari», racconta Zuheila. Appena rimessasi dallo choc è fuggita con il marito e i figli. Dopo una ventina di giorni è stata raggiunta a Damasco dalla sorella Mithaq, che aveva subito la stessa sorte perché il marito vendeva alcolici. Sta ancora male ed è costretta a prendere antidepressivi, non riesce a raccontare quello che le è successo, si limita a piangere sommessamente. Come se non bastasse, il marito dopo il rapimento e lo stupro la ignora, è depresso e sta chiuso in casa. Non l'ha lasciata solo perché hanno tre figli, spiega la sorella, ma non si occupa nemmeno dei bambini. E Zuheila e Mithaq non hanno più nemmeno la speranza di poter partire per l'Australia.

(il manifesto, 29.12.07)

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"La donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal Capitale"

(Camilla Ravera - L’Ordine Nuovo, 1921)

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