12.4.08

 

Le donne perdute di Banisanta, paese bordello


Nel piccolo villaggio sulle rive del Pashur, uno dei quattordici luoghi del Bangladesh in cui dal 2000 la prostituzione è legale. Tra sfruttamento, mercato e violenze dei clienti (Stefania Ragusa)

Una lingua di terra protesa verso il porto dismesso di Mongla e circondata dall'acqua grigia del Pashur River. Banisanta si trova qui. E' un villaggio minuscolo. Coincide con uno dei quattordici bordelli ufficiali del Paese, gli unici posti dove prostituire e prostituirsi sarebbe consentito. Il Bangladesh ha legalizzato la prostituzione, a particolari condizioni, nel 2000, con un pronunciamento dell'Alta Corte di Giustizia. E' uno dei pochissimi stati musulmani ad averlo fatto. Niente luci soffuse, giacigli molli o donne lascive. Banisanta è fatto di ordinarie casupole. Due grandi cartelli, scritti e illustrati, ci danno il benvenuto. Uno raccomanda di usare il preservativo, l'altro di non scambiarsi siringhe. Nulla è specificato a proposito del consumo di alcol. Ma tutti sanno che è consentito. Nei piccoli bar sono regolarmente venduti pessimi distillati locali. Il ciclone Sidr è passato di qui, ma non ha lasciato troppi danni: a rendere più difficile la vita a Banisanta è stata la chiusura del porto. Meno clienti, meno lavoro.

Un'anziana, che sta masticando foglie di pan accocolata sull'argine, si mette faticosamente in piedi per vedere chi sta attraccando. Ha i denti vermigli, per effetto della calce mescolata ai frammenti di noce di betel racchiusi nel pan. Probabilmente è una mashi, una prostituta anziana: troppo vecchia per esercitare e troppo sola per andarsene altrove. Le mashi si guadagnano la vita cucinando o lavando i panni per le maitresse, che qui si chiamano shordarni, o per le ragazze che lavorano in proprio, le bharatia. Oppure tirano avanti mendicando. Le prostitute fanno molta elemosina. Sperano che la generosità le aiuti ad arrivare a Dio, quando sarà, un po' meno peccatrici. I bordelli, difficile immaginarlo dall'esterno, sono ambienti estremamente strutturati dal punto di vista sociale. Ci sono molti personaggi, ognuno ha un ruolo, un carattere e una traccia da seguire. Un po' come nella commedia dell'arte. La chukri, che lavora alle dipendenze della shordarni, è una sorta di schiava. La shordarni, che l'ha comprata e la sfrutta, quasi sempre è un'ex prostituta che ha saputo farsi imprenditrice. La bharatia, invece, lavora in proprio. La bariwali è una shordarni più potente: oltre alle ragazze possiede la terra e le capanne e le affitta a peso d'oro. Il costo giornaliero di una stanza oscilla tra le 30 e le 250 taka, cioè tra i 30 centesimi e i 2 euro e mezzo. Il bariwala è sempre un proprietario ma è un uomo, e vive rigorosamente fuori dal bordello: viene per riscuotere gli affitti e vendere alcol, organizzare scommesse e altre attività illegali. Il badha babu, altro uomo, è un cliente abituale, che non paga più perché è diventato una specie di marito della prostituta e un padre per i suoi figli. In pratica, spesso è solo un parassita. La dalal non risiede nel bordello ma si fa viva spesso: il suo compito è fornire nuove ragazze e, per assolverlo nel migliore dei modi, viaggia in lungo e in largo, dentro e fuori i confini. I clienti non hanno un nome specifico e appartengono a tutte le tipologie. In genere non hanno molti riguardi per le prostitute. Violenza e botte sono all'ordine del giorno.

La chukri è al gradino più basso. E' un oggetto che deve produrre reddito, una non persona. Ma può aspirare a riscattarsi, diventando bharatia una volta che avrà estinto il debito. Possono volerci da uno a cinque anni di lavoro. Per farsi shordarni ci vuole denaro: il prezzo di una chukri oscilla tra le 15mila e le 30mila taka (tra i 150 e 300 euro), in base all'età e alla bellezza. Quando la chukri arriva, la sua shordarni la porta da un notaio e le fa firmare una dichiarazione in cui attesta di avere più di 18 anni e di aver scelto il mestiere di sua volontà e per mancanza di alternative. Le ragazze, in genere, credono che questa dichiarazione, per la quale si pagano circa 400 taka, sia una licenza indispensabile per esercitare. In realtà il documento serve solo a tutelare la shordarni dall'accusa di sfruttamento. Le dichiarazioni sull'età sono quasi sempre mendaci ma nessuno può dimostrarlo perché l'anagrafe, in Bangladesh, non esiste: la maggior parte delle chukri comincia a lavorare prima dei 13 anni. Il canovaccio del bordello prevede che la shordarni si atteggi a madre premurosa, che opera nell'interesse delle figliolette chukri. Prevede anche che queste, interpellate sotto l'occhio vigile della loro signora, confermino docilmente tutto.

A Banisanta, fino al 2004, c'erano circa 250 prostitute. Oggi dovrebbero essere circa 180. Le stime sono delle ong che hanno deciso di "occuparsi" di questo problema. Inizialmente il loro obiettivo era traghettare le ragazze verso un'altra vita. Ma strada facendo si sono rese conto che non bastava un corso di cucito o cartonnage a creare un'alternativa ed estinguere il passato. E, soprattutto, si sono rese conto che era impossibile arrivare alle chukri. Il "galateo" e la struttura del bordello non lo consentivano. Così, la strategia è cambiata: riduzione del danno, sensibilizzazione delle sex worker rispetto ai rischi sanitari, alla necessità di proteggersi e di mandare a scuola le bambine, preparando per loro un destino diverso. Alla vecchia mashi, tutto questo, però, non interessa. Lei è preoccupata dalla morte. Vorrebbe avere la certezza di essere sepolta. Ma nel cimitero del villaggio vicino non le vogliono, a lei e alle altre. Quando muore una prostituta il suo corpo viene semplicemente gettato nel fiume.

Una donna mi fa dei larghi gesti con la mano, per invitarmi a entrare a casa sua. Si lamenta perché gli affari vanno male, il paese si sta spopolando. «Lavoriamo sempre meno». Kadjia è una shordarni di 29 anni, secca e magra. L'orecchino che, come tutte le bangladesi, porta al naso, sul suo viso scarno sembra un grosso bottone. A 12 anni era già chukri. La sua shordarni, dice, non era cattiva. «Mi faceva mangiare bene e mi dava le medicine quando mi ammalavo. E io ora faccio come lei. Alle mie ragazze non manca nulla». Quanto tempo ha impiegato a saldare il debito? «Un anno. Lavoravo quasi 24 ore su 24. Avevo fino a 20 clienti al giorno». Le chiedo della licenza. E' necessaria per lavorare? Sgrana gli occhi. «Certo! Ma le ragazze, però, poverine, non sanno dove prenderla e allora me ne occupo io». Ma davvero sono tutte maggiorenni? «Le mie sì, delle altre non posso sapere». Si sforza di essere convincente, Kadjia, mentre mi racconta queste bugie. Ma non ce la fa.

Le capanne sono tutte uguali e disposte in successione: sul davanti una verandina/vetrina dove stanno le ragazze, gli avventori, i bambini e gli sfaccendati. Sul retro due o tre alcove e poi un piccolo spiazzo per gli animali. C'è ordine, pulizia. «Ci teniamo molto», mi spiega Moina, una graziosa bharatia di 20 anni, accendendosi una sigaretta. «Se le cose non fossero così, rischieremmo di chiudere». Moina viene da un villaggio del nord. L'hanno mandata qui i suoi genitori, dopo che qualcosa le aveva distrutto la reputazione. Non si addentra nei particolari, ma deve essere stato un problema di dote. Dal 1980 la richiesta di dote, in Bangladesh, è formalmente illegale, ma questo non impedisce ai mariti di ripudiare (o, talvolta, uccidere) le mogli se le famiglie non sono in grado di onorare l'impegno preso. Questo costume è un'eredità dell'induismo, non c'entra niente con l'Islam. Il Corano prescrive la dote in termini opposti: è il marito che deve versarla alla moglie, per la sua sicurezza. «Non mi piace questo lavoro. A nessuna può piacere», dice Moina. «Ma non avevo scelta. Adesso riesco a mettere un po' di soldi da parte e ad aiutare la mia famiglia. Ma me ne andrò, prima o poi». Il tuo è un mestiere a rischio, da molti punti di vista, le dico. Che precauzioni adotti per non ammalarti? «Il profilattico. Non faccio niente senza». Ma c'è qualcuno che vigila sulla vostra salute? «Un medico viene ogni settimana. E poi ci sono dei volontari, delle signore di un'associazione». Nella stanzetta dove lavora Moina c'è un uomo addormentato. E' il suo badha bubu. «E' bravo. Se ho bisogno di qualcosa cerca di aiutarmi». Ma non è con lui che lei vuole andarsene : «No. Io voglio tagliare con tutto. Altre, prima di me, ce l'hanno fatta». Di più, molte di più, però, sono sono diventate vecchie nei bordelli, sono diventate mashi. Il sole sta tramontando. Moina mi accompagna alla barca tenendomi per mano. In lontananza posso scorgere un villaggio «normale», quasi attaccato a Banisanta eppure inaccessibile. La nuova strategia delle ong prevede anche un intenso lavoro culturale. Si vorrebbe che la gente capisse che anche le prostitute sono persone, hanno sentimenti, speranze, amano i l figli. Ovvietà? Non qui, dove alle prostitute non è consentito indossare le scarpe fuori dal bordello. Moina mi abbraccia e mi bacia. La barca comincia piano ad allontanarsi scivolando sull'acqua. Dalla riva le donne perdute di Banisanta, illuminate dal sole che tramonta, continuano a salutarmi con la mano.

(il manifesto, 11.4.08)

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"La donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal Capitale"

(Camilla Ravera - L’Ordine Nuovo, 1921)

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