12.10.09
Circolo femminista DonnaProletaria
Ore 15.00, via Stadera 12, Milano
...perché noi tutte ci siamo conosciute in internet, lanciando segnali e messaggi che sono stati ricevuti perché eravamo sintonizzate sullo stesso ‘ricettore'.
Perché facciamo parte della "specie politica comunista e femminista", di quel brodo di coltura, cioè di quel movimento reale che è il comunismo, questo feto nel grembo del capitalismo, che cresce e che noi, da buone levatrici, vorremmo far nascere al più presto. Ma per nascere ci vogliono 9 mesi!
In quest'epoca di transizione in cui casualmente ci è dato di esistere, col nostro bisogno di ‘comunismo'...
Comunanza, vicinanza di intenti e sostegno, sono le uniche cose gradite.
Ti aspettiamo!
Tel: 3299754906
mailto: donnaproletaria@gmail.it
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Care compagne, propongo queste 8 tesi, a tutte coloro che vogliono aderire alla costituzione del circolo femminista di Milano, nel quartiere Stadera. Le tesi sono l'abc del nostro femminismo, il punto di partenza e di condivisione.
1) La violenza maschilista è la forma storica, in cui la crisi attuale del capitalismo si abbatte su noi donne. Tale violenza è fatta dal maschio per contrastare l’Autonomia femminile, il cui sviluppo farebbe precipitare la crisi della famiglia e della coppia, che si regge sulla la divisione sessuale del lavoro (ruoli) e sull'impalcatura patriarcal-capitalista, che garantisce al maschio, in quanto tale, forme di dominio sulla donna.
2) Ogni patriarcato, compreso quello capitalista, assegna al maschio in quanto genere dominante, un ruolo prevalente e di potere sulle donne. In qualsiasi classe la donna, è - di regola - inferiore all’uomo. La donna lavoratrice, in quanto salariata del capitale e serva nella domesticità (lavoro di cura gratis), soffre sia lo sfruttamento che l’oppressione. Se è di colore diverso dal ‘bianco’ soffre anche una forma particolare di oppressione, legata al suo sesso e alla 'razza' (sessismo razzista)
3) Il separatismo – storicamente – è stata l'unica organizzazione di lotta che le donne potevano darsi poichè discriminate dal sesso maschile per millenni. Da forma di opposizione, il separatismo si è fatto denuncia e forma di lotta organizzata in cui le donne hanno preso coscienza della loro inferiorizzazione.
La ' seconda ondata' femminista (anni ’70) è il passaggio dalla lotta per l'emancipazione femminile alla lotta per l'Autonomia, un processo storico conflittuale col Maschile e col Capitale, ancora in corso, reso sempre più acuto e violento dall'acuirsi della crisi economica. Mettere in dubbio, osteggiare o credere che il 'separatismo' sia 'nocivo' al movimento delle donne, significa negare al sesso femminile oppresso una propria capacità di lotta o renderla ausiliaria a lotte ritenute più 'generali' e importanti che la 'liberazione' di metà del genere umano.
In questa concezione, confluiscono razzismo, senso di superiorità maschile e autoritarismo patriarcale. Il separatismo è giusto e necessario ancor di più nel nostro periodo storico, in cui, mentre il proletariato si erge a soggetto della Storia, le forze che si richiamano al socialismo, considerano la nostra causa sempre in sottordine al 'problema di classe'.
4) La questione femminile riguarda tutte le donne, in quanto tali, perchè la donna come essere umano fu la prima a cadere in servitù e fu schiava prima che lo schiavo esistesse. Le donne di potere e borghesi sono tali in virtù della classe cui appartengono, non in quanto esseri sessuati femminili. In quanto tali, non stanno sullo stesso piano della loro controparte maschile ( si veda il 'caso' Lario/Berlusconi).
5) La donna proletaria è costretta, per la sua posizione economico-sociale nella scala più bassa della gerarchia sociale, ad una lotta di classe all'interno del genere (contro le borghesi) e ad una lotta di genere all’interno della classe, in quanto proprio nella classe proletaria, la discriminazione contro di lei assume le forme più odiose e crudeli.
6) Gli antagonismi e le divisioni non sono ‘creazioni della borghesia' (essa le sfrutta) ma derivano dalla divisione della società in classi e dei due sessi in ‘genere’. Il ‘genere’ è la struttura ideologica-culturale in cui si cristallizza, nella società di classe, l'inferiorità sociale della donna. Il binomio economico-ideologico su cui è costruita l'inferiorizzazione della donna è il patriarcato, il cui archetipo è la proprietà di una donna, da parte di un uomo.
8) Da Platone ai nostri giorni, il maschio è il sesso egemone della politica. Le donne nelle formazioni di ‘sinistra’ furono e sono intruppate in ‘classi differenziali’ (commissioni femminili ) per l’intelligenza diversa, non inferiore, forse eguale, ma che non si sa esprimere e deve essere etero-diretta e ‘istruita’ dal maschile, cui spetta il monopolio delle conoscenze nel 'partito-linea-scienza-educatore'. Molte donne sono inquadrate anche in base ad una rigida divisione dei ruoli all'interno di tali gruppi. Il sessimo politico imperante, quando non riesce a trasformarle in badanti dello 'zoo domestico del militante' (mogli dei mariti, amanti dei leader, madri di progenie rivoluzionaria) assegna loro ruoli di manovalanza (angeli del computer, lucciole della diffusione, api operose di 'cene sociali', mendiche alla caccia di 'sottoscrizioni' ecc) .
Le più ribelli non potendo più fuggire volontarie in Africa o in India, come le sorelle degli anni '70, né ritirarsi in qualche convento a meditare sulla ‘differenza’, bollate di sindrome dissociativa e di 'parafrenismo politico' spesso, per 'resistere' in tali partiti maschili, devono darsi al Prozac.
Grazie, un abbraccio, emma.
Etichette: autodeterminazione, autonomia femminile, donne e rivoluzione, donne rivoluzionarie
24.4.07
Lea Giaccaglia (1897-1936)
Giaccaglia Lea, da Umberto e Maria Paccapelo; n. il 17/10/1897 ad Ancona. Il padre, funzionario delle ferrovie dello stato, era di idee anarchiche; la madre e il fratello Aldo, invece, socialisti. Studiò da maestra. Fino dal 1916 fece parte attiva dell'organizzazione del PSI. Il 30/4/19 sposò il ferroviere socialista Paolo Betti. Il 14/11/20, al termine di un convegno delle sezioni socialiste massimaliste bolognesi sottoscrisse, assieme a C. Casucci, Antonio Graziadei, Leonello Grossi e Anselmo Marabini, l'appello per una collaborazione fra i massimalisti e gli aderenti alla frazione comunista del PSI, «per impedire il minacciato disgregamento delle forze comuniste», paventato in previsione del XVII congresso del PSI a Livorno, storicamente definita la «circolare Marabini- Graziadei».
Scontata la pena nel carcere di Venezia, il 27/10/31, tornò a Bologna, dove la locale Commissione provinciale, il 18 novembre successivo, provvide ad assegnarla al confino di polizia per 5 anni. Ciò — si legge nella scheda di PS — «in considerazione che la Giaccaglia, irriducibile comunista, è elemento capace di dedicarsi proficuamente ad opera di riorganizzazione e propaganda comunista e che i vincoli della libertà provvisoria sarebbero insufficienti a contenere la irriducibile tendenza di svolgimento di attività sovversiva». Prima della partenza per l'isola di Lipari (ME), avvenuta il 24/12/31, ebbe l'autorizzazione a un colloquio con il marito, rinchiuso nel reclusorio di Castelfranco Emilia (MO), dove scontava la pena inflittagli dal Tribunale speciale. «In tale colloquio» — annota ancora la scheda di PS — la Giaccaglia «tenne a dire al marito che, a seguito degli addebiti per l'assegnazione al confino, non aveva dichiarato alle autorità di essere pentita dell'attività antinazionale svolta».
Il 28/11/32, venne deferita «in stato di arresto» al Tribunale speciale, perché ritenuta «responsabile di aver ricostituito fra i confinati. [...] il disciolto partito comunista». Il 21 dicembre successivo, venne dimessa dalle carceri dopo essere stata prosciolta per insufficienza di prove. Il 27/1/33, soppressa la «colonia di Lipari», fu trasferita a Ponza (LT). In questo stesso anno, l'8 giugno, fu condannata a 5 mesi di arresto per contravvenzione al confino, pena che scontò in carcere per 4 mesi. L'11/7/34 ebbe commutato il restante periodo di confino in un biennio di ammonizione. L'1/6/36, per le misure disposte dal fascismo «in occasione della vittoria delle armi italiane in Etiopia», venne prosciolta dai vincoli e dagli obblighi dell'ammonizione. Morì a Bologna, appena 40 giorni dopo, il 10/7/1936. Al suo nome sono stati intestati un nido e una scuola dell’infanzia di Bologna.
Lettere dal carcere e dal confino di polizia indirizzate al marito Paolo Betti ed altre carte sono state pubblicate nel Carteggio Paolo Betti e Lea Giaccaglia, in “Annali Istituto Gramsci Emilia Romagna, 1/1997”, Bologna, Clueb, 1998. [AR]
(tratto dal Dizionario Biografico: Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919-1945), a cura di A. Albertazzi, L. Arbizzani, N. S. Onofri.)
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18.10.06
Clara Geoffroy (1917-2006)
Clara Geoffroy (Parigi, 8 ottobre 1917 – Parigi, 15 aprile 2006), esponente politico del movimento rivoluzionario internazionale nacque l’8 ottobre 1917 a Parigi. Sua madre, Rebecca, originaria della città russa di Simferopol (Crimea), era stata militante del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR), si era poi trasferita in Francia per poter intraprendere gli studi di medicina, che in Russia erano preclusi alle donne, per di più ebree.
A Parigi, Rebecca aveva conseguito il diploma di infermiera e si era poi unita a Paul Geoffroy, un operaio anarco-sindacalista, aderente alla Confédération Générale du Travail (CGT) che, dopo la Rivoluzione russa dell’Ottobre 1917, aderì alle posizioni leniniste e partecipò alla fondazione del Partito Comunista di Francia (Tours, 25-30 dicembre 1920). Nel 1929, Clara Geoffroy perse la madre Rebecca, successivamente, aderì all’organizzazione giovanile del PCF. Nel 1934, quando si recò con il padre a Mosca, in visita alla zia materna, si rese conto che, a partire dalla casa, le condizioni di vita dei proletari russi erano decisamente inferiori a quelle della classe dirigente, sedicente comunista. Tornata in Francia, Clara ruppe con il PCF e strinse una relazione sentimentale con Marc Chirik, moldavo di origine ebraica che, nel 1919, aveva partecipato alla fondazione del Partito Comunista di Palestina, recatosi poi in Francia aveva aderito all’opposizione comunista di sinistra. Marc e Clara nel 1938, durante la guerra di Spagna, si avvicinarono alle posizioni della Sinistra comunista italiana (la Frazione di sinistra del PCd’I, cosiddetta bordighista), che aveva incontrato una certa influenza politica anche in Francia e in Belgio.
Nel 1939, Marc Chirik fu mobilitato nell’esercito, sebbene non avesse la cittadinanza francese, anzi era un “sans papier”. Quando il fronte crollò, Chirik fu sorpreso ad Angoulême, nella Charente. Da Parigi, Clara e un compagno della Frazione, anch’egli ebreo, si recarono in bicicletta alla volta di Angoulême, dove trovarono Chirik in un campo di internamento. Nel settembre 1940, organizzarono la sua evasione e, in bicicletta, raggiunsero Marsiglia, nella “Francia di Vichy”. A Marsiglia, contribuirono alla riorganizzazione della Frazione, lacerata dalle vicende belliche. Clara svolse un fondamentale ruolo per ristabilire i contatti tra i militanti, che erano dispersi in diverse località. In questo periodo, Clara partecipò alle attività dell’OSE (Organization de Secours des Enfants), che proteggeva i bambini ebrei dalle persecuzioni naziste.
Superati i difficili frangenti della guerra, Marc e Clara sfiorarono la morte quando, alla Liberazione, i partigiani stalinisti li accusarono di essere complici dei tedeschi (i boches), perché li sorpresero con quaderni scritti in tedesco. Erano le lezioni che svolgeva l’anarchico russo Boris Volin, per consentire ai comunisti internazionalisti della Frazione di scrivere gli appelli alla fraternizzazione, rivolti ai soldati tedeschi. Posizione ben difficile da digerire per i militanti del PCF, che erano invitati a uccidere i tedeschi (“à chacun son boche”). Marc e Clara si salvarono per il rotto della cuffia, grazie al fatto che erano entrambi ebrei.
Stabilitisi a Parigi, formarono la Sinistra Comunista Francese (Gauche Communiste de France – GCF) e strinsero contatti col Partito Comunista Internazionalista (PCInt.), fondato in Italia nel 1943, al cui orientamento contribuì Amadeo Bordiga. Tuttavia, fin dai primi incontri, sorsero divergenze, che in seguito si acuirono, soprattutto riguardo all’evoluzione dei rapporti interimperialistici, in quanto Chirik riteneva imminente lo scoppio della Terza guerra mondiale, con la conseguente invasione sovietica dell’Europa. Fu con questa prospettiva che, nel 1952, fu sciolta la GCF e Marc e Clara decisero di rifugiarsi in Venezuela.
A Caracas, Clara riprese la sua attività di insegnante. Nel 1955, con un collega, fondò una scuola francese, il “College Jean-Jacques Rousseau”, di cui essa era la direttrice e Marc l'amministratore, il giardiniere e l'autista. Inizialmente, la scuola fu frequentata solo da 12 alunni, in maggioranza ragazze, in seguito divennero un centinaio, molti dei quali apprezzarono l’orientamento pedagogico e le capacità didattiche di Clara. Nel 1964, Marc riuscì a riunire un piccolo gruppo di giovani e iniziò a pubblicare la rivista "Internacionalismo", che sosteneva le tesi della Sinistra comunista italiana e tedesca, criticando aspramente le teorie guerrigliere, il “fochismo”, allora in auge nell’America Latina. Clara era professionalmente molto impegnata e non partecipò direttamente all’attività politica, tuttavia, quando Marc, nel maggio 1968 si recò in Francia, le autorità venezuelane perquisirono la scuola, la chiusero e infine la demolirono.
Clara fu costretta ad abbandonare il Venezuela e raggiunse Marc a Parigi. Nel frattempo, a Tolosa, si era costituito il gruppo “Révolution Internationale” che, insieme al nucleo venezuelano, avviò incontri con ambienti della sinistra rivoluzionaria di altri Paesi, grazie ai quali fu possibile costituire, nel 1975, la Corrente Comunista Internazionale. A questa organizzazione Clara ha fornito un costante contributo, mantenendo vive le relazioni con l’ambiente rivoluzionario internazionale e i suoi principali esponenti, come Serge Bricianer e Jean Malaquais, indipendentemente dalle diverse scelte politiche.
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28.2.06
Nadja Krupskaja (1869-1939)
Nadezhda (Nadja) Krupskaja (26.2.1869 - 27.2.1939), consorte di Lenin e una dei maggiori teorici della nuova pedagogia socialista e del sistema d'istruzione sovietico, nasce a Leningrado, in una famiglia d'elevata cultura che seppe educarla alle migliori tradizioni dell'umanesimo e dell'internazionalismo. Conclusi brillantemente gli studi ginnasiali, si dedica all'insegnamento. Poco dopo si iscrive alla sezione di matematica dei corsi femminili superiori di Pietroburgo, partecipando, nel contempo, all'attività di un circolo marxista studentesco. Ben presto abbandona i corsi Bestuzhev e comincia a svolgere, rischiando la galera o l'esilio, propaganda rivoluzionaria presso gli operai della città: gli stessi che seguivano le sue lezioni di matematica e geografia, assolutamente gratuite, in una scuola serale.
V. anche:
- www.marxists.org/archive/krupskaya/
- www.spartacus.schoolnet.co.uk/RUSkrupskaya.htm
- www.aha.ru/~mausoleu/a_lenin/krupskaya
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13.1.06
Rosa Luxemburg (1871-1919)
Rivoluzionaria comunista polacca di origine ebraica, nata il 5 marzo 1871 a Zamoshc, la più giovane di cinque fratelli. Aderì ancora liceale a Proletariat, formazione clandestina di orientamento rivoluzionario socialista; costretta ad abbandonare la Polonia russa per sfuggire ad un arresto, studiò economia politica e legge (1889-1896) a Zurigo, sostenendo posizioni decisamente internazionaliste fra i gruppi socialisti polacchi in esilio. Nel 1898 ottenne la cittadinanza tedesca, grazie al matrimonio di comodo con l’operaio Gustav Lübeck.
Dopo aver ricevuto il suo dottorato nel 1898, la Luxemburg ebbe modo di incontrare e conoscere molti socialdemocratici russi (prima che il R.S.D.L.P. si spaccasse); e tra questi anche i leader del partito: Georgy Plechanov e Pavel Axelrod. Non molto tempo più tardi ella espresse forti differenze teoriche con il partito russo, innanzitutto sulla questione dell’autodeterminazione polacca. La Luxemburg era convinta infatti che l’autodeterminazione potesse solo indebolire il movimento socialista internazionale, aiutando la borghesia a rafforzare il suo ruolo di classe dominante sulle nuove nazioni indipendenti. Su quest’argomento ella si distaccò tanto dal partito russo che da quello polacco, i quali erano d’accordo nel considerare legittimi i sentimenti di autodeterminazione delle minoranze nazionali all’interno dell’impero russo. In opposizione a questi partiti la Luxemburg partecipò alla costruzione del Partito socialdemocratico polacco.
In questo periodo la Luxemburg incontrò Leo Jogiches, colui che sarà suo compagno per tutto il resto della sua vita e col quale condividerà un’intensa relazione tanto personale quanto politica.
Nel 1902-04 lavorò alla Gazeta Ludowa (Giornale del popolo). Nel 1904 subì la prima detenzione, di tre mesi, per lesa maestà; tornò in carcere per qualche mese l'anno successivo, quando si recò a Varsavia in occasione della prima rivoluzione russa. Non appena, nel 1905, scoppiò in Russia una rivoluzione che presto si espanse alla Polonia russa e a tutti gli angoli dell’impero zarista, la Luxemburg espresse il suo più pieno appoggio al partito bolscevico contro menscevichi e socialrivoluzionari e rivolse le sue attenzioni ed i suoi sforzi nell’appoggio al partito socialdemocratico di Polonia e Lituania (SDKPiL); pur non riuscendo a lasciare la Germania fino al dicembre 1905 svolse ugualmente il suo ruolo di principale analista politico del SDKPiL, scrivendo per esso un vasto numero di opuscoli; fu inoltre molto occupata dal problema di fornire un’educazione marxista di base alle migliaia di nuovi attivisti del partito, che nel giro di meno di un anno passarono da poche centinaia ad oltre 30.000. Non appena giunta a Varsavia, nel 1906, venne però arrestata.
Sempre nel 1906 scrisse Sciopero di massa, partito politico e sindacato, in cui esaltava l’importanza dello sciopero generale, in alternativa alla visione leninista di un partito di rivoluzionari di professione rigidamente strutturato, ed attaccava con violenza il conservatorismo della burocrazia istituzionalizzata dei sindacati. A causa di questa sua visione dello sciopero di massa come il più importante strumento rivoluzionario nelle mani del proletariato, scaturì un duro conflitto nella socialdemocrazia tedesca, soprattutto con August Bebel e Karl Kautsky. Per la sua appassionata ed implacabile azione agitatoria, la Luxemburg si guadagnò il soprannome di "Rosa la sanguinaria".
Dal 1907 al 1914 insegnò economia politica alla scuola di partito di Berlino, pubblicando una delle sue opere fondamentali, L’accumulazione del capitale (1913), lavoro volto a spiegare l’inesorabile movimento del capitalismo verso la sua fase imperialistica.
Trovandosi sempre più a sinistra in seno ad una socialdemocrazia tedesca, che andava sempre più accentuando il suo carattere opportunistico, finì per polemizzare, sul tema della riforma elettorale allora in discussione, col vecchio amico di un tempo, quel Karl Kautsky che era ancora erroneamente considerato all’interno dell’Internazionale il rappresentante della più pura ortodossia marxista, quel Karl Kautsky con cui neanche Lenin aveva ancora rotto i ponti (cosa che avvenne nel 1914, dopo che Kautsky ebbe dato il suo appoggio all’imperialismo tedesco).
Sui rapporti tra la Luxemburg e Kautsky, Trotsky (ne "La mia vita") enfatizza come questi fossero ormai incrinati da tempo: "poco dopo la rivoluzione del 1905, apparirono i primi segni di crescente freddezza tra i due. Kautsky simpatizzava calorosamente con la rivoluzione russa, ed era capace di interpretarla piuttosto bene da lontano. Ma egli era per natura ostile all'ipotesi di un trasferimento dei metodi rivoluzionari in suolo tedesco. Quando andai a casa sua prima della dimostrazione del parco di Treptow, trovai Rosa impegnata in una lite accesa con lui. Per quanto loro continuassero a darsi del 'tu' e parlassero come intimi amici, nelle repliche di Rosa si poteva sentire una soppressa indignazione, e nelle risposte di Kautsky si avvertiva un profondo imbarazzo interiore, mascherato da battute piuttosto incerte. Andammo alla manifestazione insieme con Rosa, Kautsky e sua moglie, Hilferding, il vecchio Gustav Eckstein, ed io. Durante il tragitto non mancarono scontri taglienti tra i due. Kautsky voleva rimanere uno spettatore, mentre Rosa era ansiosa di unirsi alla manifestazione. L'antagonismo tra i due è scoppiato definitivamente nel 1910, sulla questione della battaglia per il suffragio in Prussia. Kautsky sviluppò a quel tempo la strategia del 'logorare il nemico' (Ermattungsstrategie) come opposta a quella di 'abbattere il nemico' (Niederwerfungsstrategie). Si trattava di un caso di due irriconciliabili tendenze".
Allo scoppio della prima guerra mondiale la Luxemburg si oppose ardentemente alle posizione social-scioviniste assunte dalla socialdemocrazia tedesca, che appoggiò apertamente l’aggressione tedesca e le sue annessioni. Insieme a Karl Liebknecht (l’unico parlamentare socialdemocratico che aveva spezzato la fedeltà al partito rifiutando di votare a favore della concessione dei crediti di guerra), abbandonò il partito socialdemocratico ed partecipò alla formazione del Gruppo Internazionale (che presto muterà nome in Lega Spartaco) allo scopo di contrastare il socialismo nazional-sciovinista e di incitare i soldati tedeschi a rivoltare i loro fucili contro il loro governo per abbatterlo.
A causa di questa loro agitazione rivoluzionaria, la Luxemburg e Liebknecht vennero arrestati e imprigionati. In carcere la Luxemburg scrisse quella disamina del movimento socialista, nota come Junius Pamphlet (1916), che suscitò le critiche di Lenin, discorde sul ruolo del partito guida. Il Junius Pamphlet divenne il fondamento teorico della Lega di Spartaco.
Sempre dal carcere la Luxemburg scrisse il suo famoso libro "La Rivoluzione Russa", nel quale critica il potere dittatoriale del partito bolscevico. In questo testo la Luxemburg spiega il suo punto di vista a proposito della teoria della dittatura proletaria: "Sì alla dittatura! Ma questa dittatura consiste in un modo di applicare la democrazia, non nella sua eliminazione, in un energico e risoluto attacco ai ben-consolidati diritti e relazioni sociali della società borghese, senza i quali la trasformazione socialista non può essere realizzata. Ma questa dittatura dev’essere opera della classe, e non di una piccola minoranza che agisce in nome della classe – cioè, essa deve procedere passo dopo passo per mezzo dell’attiva partecipazione delle masse; essa dev’essere sotto la loro diretta influenza, completamente soggetta al controllo dell’attività pubblica; essa deve scaturire dalla crescente consapevolezza politica della massa del popolo".
In ogni caso, pur attaccando l’eccessivo dominio del partito bolscevico sul governo sovietico, la Luxemburg riconobbe il fatto che, sotto le pressioni della violenta guerra civile in corso in Russia, tale atteggiamento dei bolscevichi risultava necessario: "Si chiederebbe qualcosa di sovrumano a Lenin ed ai suoi compagni se ci si aspettasse da essi che facciano apparire d’incanto, in tali condizioni, la più raffinata democrazia, la più esemplare dittatura del proletariato e la più fiorente economia socialista. Con la loro determinata posizione rivoluzionaria, la loro esemplare forza nell’azione e la loro indistruttibile lealtà al socialismo internazionale, essi hanno contribuito nel miglior modo possibile data la diabolicamente ardua situazione nella quale imperversa la Russia. Il pericolo inizia solo quando essi fanno di necessità virtù e vogliono cristallizzare in un completo sistema teorico tutte quelle tattiche che essi sono costretti a sostenere a causa di queste fatali circostanze, raccomandando così il medesimo atteggiamento al proletariato internazionale come modello di tattica socialista".
La Luxemburg successivamente si oppose allo sforzo compiuto dal governo sovietico per raggiungere la pace a tutti i costi, sforzo ‘terminato’ con la firma del Trattato di Brest-Litovsk con la Germania.
Nel novembre 1918 il governo tedesco ridiede, con riluttanza, libertà alla Luxemburg; al che ella poté riprendere immediatamente la sua attività rivoluzionaria, formando con Karl Liebknecht e Wilhelm Pieck il Partito comunista tedesco e ponendosi alla direzione del Die Rote Fahne.
Con Liebknecht e Pieck venne catturata e condotta presso l’hotel Adlon di Berlino. I primi due vennero scortati in stato di incoscienza fuori dall’edificio dai soldati tedeschi. Mentre i corpi inermi della Luxemburg e di Liebknecht venivano silenziosamente trasportati lontano su una jeep militare, fucilati e gettati in un fiume, Pieck riuscì a trovare la via della fuga, era il 15 gennaio 1919. Il suo corpo, gettato in un canale, fu trovato solo alcuni mesi dopo; le autorità riuscirono a impedire che fosse sepolto a Berlino, per timore di manifestazioni e incidenti.
Rosa fu una grande e brillante teorica del socialismo, Lenin stesso, nonostante i numerosi scontri teorici avvenuti in precedenza tra i due, la definì "un’aquila", sostenendo che "i suoi scritti […] serviranno da utili manuali nella formazione delle future generazioni di comunisti di tutto il mondo" (Lenin, Note di un pubblicista).
Anche Trotsky non manca di lodare il carattere, la coerenza e l'intelligenza politica della Luxemburg, così, per esempio, sempre ne La mia vita scrive di lei: "Era una donna piccola, fragile, e all'apparenza pure malaticcia, ma con un volto nobile e occhi bellissimi che irradiavano intelligenza; affascinava l'assoluto coraggio della sua mente e del suo carattere. Il suo stile, che era insieme preciso, intenso e spietato, sarà sempre lo specchio del suo spirito eroico. La sua era una natura complessa e multiforme, ricca di sfumature sottili. La Rivoluzione e le sue passioni, uomini ed arte, natura, uccelli e floricoltura, tutte queste cose avrebbe potuto suonare le innumerevoli corde della sua anima. 'Vorrei avere qualcuno', scrisse un giorno a Luise Kautsky, 'che mi credesse quando dico che è solo per mezzo di incomprensioni ch'io mi trovo nel bel mezzo di questo vortice della storia umana, laddove in realtà io sono nata per guardare oltre le oche, nei campi'. I miei rapporti con Rosa non erano segnati da nessun tipo di amicizia personale; i nostri incontri erano troppo brevi e troppo infrequenti. Io la ammiravo da lontano. Eppure, probabilmente non la apprezzavo ancora abbastanza all'epoca"… ma, “all'epoca”, era ancora il 1907.
V. anche: Paul Frolich, Rosa Luxemburg (1939). Rizzoli, Bur 1987, pp.463.
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