4.11.09

 

Dall'Assemblea Nazionale di Bologna del 31/10


Il 25 Novembre è la giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne.

Dal 2007 noi donne, ragazze, femministe e lesbiche scendiamo in piazza, tante e unite, per denunciare una cultura e una politica sessiste, violente e degradanti.

L’ASSEMBLEA NAZIONALE di donne, femministe e lesbiche, tenuta a Bologna il 31 ottobre 2009, ha riconosciuto l’importanza e l’opportunità di farlo anche quest’anno e ha deciso di partecipare alla MANIFESTAZIONE NAZIONALE indetta a ROMA il 28 novembre e alla MANIFESTAZIONE indetta a MONTALTO DI CASTRO il 29 novembre.

La violenza maschile su donne e lesbiche ha molte facce e si esercita in molti luoghi, in casa innanzitutto, nelle strade, nel lavoro.

Sentiamo perciò la necessità di tornare in piazza e lo facciamo:

- ricordando che la maggior parte delle violenze avviene in famiglia e che le politiche familistiche la coprono e la favoriscono;

- combattendo una battaglia fondamentale, ma non scontata, per l'inviolabilità del corpo e la difesa della nostra integrità psicofisica;

- indignandoci perché a 30 anni da "Processo per stupro" siamo ancora noi e il nostro comportamento sotto accusa per le violenze che subiamo, come accade a Montalto di Castro e in processi a Bologna e altrove;

- individuando la violenza verso le lesbiche non solo come lesbofobia (fobia, cioè paura) ma come odio verso soggetti che si sottraggono all'eterosessualità obbligata;

-contrastando il diffondersi di una cultura sempre più violenta e machista che si accanisce contro chiunque non si adegui al modello di normalità, siano lesbiche, trans o omosessuali;

- rifiutando l'uso politico e commerciale del corpo delle donne;

- ricordando che l’espulsione delle donne dal mercato del lavoro e il loro confinamento nel precariato toglie indipendenza economica e autonomia;

- denunciando una violenza istituzionale che si manifesta nello scarso stanziamento di fondi ai centri antiviolenza, in sentenze sessiste, nella indifferenza per la violenza che avviene tra le mura domestiche, i cui colpevoli troppo spesso restano impuniti;

- riaffermando il principio di laicità e denunciando un patriarcato religioso che trova eco e sostegno in partiti e istituzioni;

- vigilando affinché nuovi e vecchi fascismi, che sempre hanno oppresso la donna richiamandola al suo ruolo di moglie e madre alle dipendenze dell’uomo, non si diffondano, azzerando memoria e libertà femminili;

- rifiutando il razzismo crescente che si manifesta nelle leggi, nei respingimenti di donne e uomini immigrati, nel rifiuto dello status di rifugiato per persecuzioni di genere, negli abusi e violenze, soprattutto verso donne, dentro i Centri di Identificazione ed Espulsione;

- contrastando la logica della paura e dicendo no tanto agli stupratori quanto alle ronde dei giustizieri;

DICIAMO STOP AL FEMMINICIDIO

per dire basta a ogni violenza fisica, psicologica, economica nei confronti delle donne e lesbiche, e per dire basta alla loro strumentalizzazione ed esclusione dallo spazio pubblico, politico, mediatico, istituzionale.

Riconoscendo il lavoro della Rete Sommosse e le varie e diverse pratiche delle singole donne, delle associazioni e dei gruppi presenti, le donne, femministe e lesbiche dell’Assemblea nazionale invitano tutte a manifestare a Roma e a Montalto di Castro ed a portare in piazza ed in ogni dove, continue ed instancabili, rabbia indignazione forza e intelligenza per contrastare chi vuole impoverire e controllare le nostre vite per arricchire le proprie.

Bologna, 31 ottobre 2009

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12.10.09

 

Circolo femminista DonnaProletaria

17 ottobre 2009, inaugurazione del Circolo femminista DonnaProletaria

Ore 15.00, via Stadera 12, Milano

...perché noi tutte ci siamo conosciute in internet, lanciando segnali e messaggi che sono stati ricevuti perché eravamo sintonizzate sullo stesso ‘ricettore'.

Perché facciamo parte della "specie politica comunista e femminista", di quel brodo di coltura, cioè di quel movimento reale che è il comunismo, questo feto nel grembo del capitalismo, che cresce e che noi, da buone levatrici, vorremmo far nascere al più presto. Ma per nascere ci vogliono 9 mesi!

In quest'epoca di transizione in cui casualmente ci è dato di esistere, col nostro bisogno di ‘comunismo'...

Comunanza, vicinanza di intenti e sostegno, sono le uniche cose gradite.

Ti aspettiamo!

Tel: 3299754906

mailto: donnaproletaria@gmail.it
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Care compagne, propongo queste 8 tesi, a tutte coloro che vogliono aderire alla costituzione del circolo femminista di Milano, nel quartiere Stadera. Le tesi sono l'abc del nostro femminismo, il punto di partenza e di condivisione.

1) La violenza maschilista è la forma storica, in cui la crisi attuale del capitalismo si abbatte su noi donne. Tale violenza è fatta dal maschio per contrastare l’Autonomia femminile, il cui sviluppo farebbe precipitare la crisi della famiglia e della coppia, che si regge sulla la divisione sessuale del lavoro (ruoli) e sull'impalcatura patriarcal-capitalista, che garantisce al maschio, in quanto tale, forme di dominio sulla donna.

2) Ogni patriarcato, compreso quello capitalista, assegna al maschio in quanto genere dominante, un ruolo prevalente e di potere sulle donne. In qualsiasi classe la donna, è - di regola - inferiore all’uomo. La donna lavoratrice, in quanto salariata del capitale e serva nella domesticità (lavoro di cura gratis), soffre sia lo sfruttamento che l’oppressione. Se è di colore diverso dal ‘bianco’ soffre anche una forma particolare di oppressione, legata al suo sesso e alla 'razza' (sessismo razzista)

3) Il separatismo – storicamente – è stata l'unica organizzazione di lotta che le donne potevano darsi poichè discriminate dal sesso maschile per millenni. Da forma di opposizione, il separatismo si è fatto denuncia e forma di lotta organizzata in cui le donne hanno preso coscienza della loro inferiorizzazione.
   La ' seconda ondata' femminista (anni ’70) è il passaggio dalla lotta per l'emancipazione femminile alla lotta per l'Autonomia, un processo storico conflittuale col Maschile e col Capitale, ancora in corso, reso sempre più acuto e violento dall'acuirsi della crisi economica. Mettere in dubbio, osteggiare o credere che il 'separatismo' sia 'nocivo' al movimento delle donne, significa negare al sesso femminile oppresso una propria capacità di lotta o renderla ausiliaria a lotte ritenute più 'generali' e importanti che la 'liberazione' di metà del genere umano.
   In questa concezione, confluiscono razzismo, senso di superiorità maschile e autoritarismo patriarcale. Il separatismo è giusto e necessario ancor di più nel nostro periodo storico, in cui, mentre il proletariato si erge a soggetto della Storia, le forze che si richiamano al socialismo, considerano la nostra causa sempre in sottordine al 'problema di classe'.

4) La questione femminile riguarda tutte le donne, in quanto tali, perchè la donna come essere umano fu la prima a cadere in servitù e fu schiava prima che lo schiavo esistesse. Le donne di potere e borghesi sono tali in virtù della classe cui appartengono, non in quanto esseri sessuati femminili. In quanto tali, non stanno sullo stesso piano della loro controparte maschile ( si veda il 'caso' Lario/Berlusconi).

5) La donna proletaria è costretta, per la sua posizione economico-sociale nella scala più bassa della gerarchia sociale, ad una lotta di classe all'interno del genere (contro le borghesi) e ad una lotta di genere all’interno della classe, in quanto proprio nella classe proletaria, la discriminazione contro di lei assume le forme più odiose e crudeli.

6) Gli antagonismi e le divisioni non sono ‘creazioni della borghesia' (essa le sfrutta) ma derivano dalla divisione della società in classi e dei due sessi in ‘genere’. Il ‘genere’ è la struttura ideologica-culturale in cui si cristallizza, nella società di classe, l'inferiorità sociale della donna. Il binomio economico-ideologico su cui è costruita l'inferiorizzazione della donna è il patriarcato, il cui archetipo è la proprietà di una donna, da parte di un uomo.

7) La ‘sinistra' parlamentare e 'anti-parlamentare', sulla violenza maschilista non dice una sillaba che stia in piedi. Tra il meta-linguaggio della ‘violenza del capitale’ e il meta-linguaggio della cronaca sugli accoppamenti delle donne, non c'è differenza. Il raptus dell’assassino non è meno astratto della ‘violenza del capitale'.
   La violenza la fa l’uomo e non per interposta identità, il Capitale. Secondo la teoria della ‘cinghia di trasmissione‘ delle sopraffazioni, non si arriva mai al principio della violenza contro la donna.

8) Da Platone ai nostri giorni, il maschio è il sesso egemone della politica. Le donne nelle formazioni di ‘sinistra’ furono e sono intruppate in ‘classi differenziali’ (commissioni femminili ) per l’intelligenza diversa, non inferiore, forse eguale, ma che non si sa esprimere e deve essere etero-diretta e ‘istruita’ dal maschile, cui spetta il monopolio delle conoscenze nel 'partito-linea-scienza-educatore'. Molte donne sono inquadrate anche in base ad una rigida divisione dei ruoli all'interno di tali gruppi. Il sessimo politico imperante, quando non riesce a trasformarle in badanti dello 'zoo domestico del militante' (mogli dei mariti, amanti dei leader, madri di progenie rivoluzionaria) assegna loro ruoli di manovalanza (angeli del computer, lucciole della diffusione, api operose di 'cene sociali', mendiche alla caccia di 'sottoscrizioni' ecc) .
   Le più ribelli non potendo più fuggire volontarie in Africa o in India, come le sorelle degli anni '70, né ritirarsi in qualche convento a meditare sulla ‘differenza’, bollate di sindrome dissociativa e di 'parafrenismo politico' spesso, per 'resistere' in tali partiti maschili, devono darsi al Prozac.

Grazie, un abbraccio, emma.

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16.11.08

 

Corteo di donne autorganizzato a Roma, 22/11

MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE
In preparazione del 22 NOVEMBRE 2008, P.zza della Repubblica, ore 14.00

La violenza maschile è la prima causa di morte e di invalidità permanente delle donne in Italia come nel resto del mondo. La violenza fa parte delle nostre vite quotidiane e si esprime attraverso la negazione dei nostri diritti, la violazione dei nostri corpi, il silenzio.

Un anno fa siamo scese in piazza in 150.000 donne, femministe e lesbiche per dire NO alla VIOLENZA MASCHILE e ai tentativi di strumentalizzare la violenza sulle donne, da parte di governi e partiti, per legittimare politiche securitarie e repressive e torneremo in piazza anche quest’anno perché i governi cambiano ma le politiche restano uguali e, al giorno d’oggi, peggiorano.

In un anno gli attacchi alla nostra libertà e autodeterminazione sono aumentati esponenzialmente, mettendo in luce la deriva autoritaria,sessista, e razzista del nostro paese. Ricordiamo il blitz della polizia al policlinico di Napoli per il presunto aborto illegale, le aggressioni contro lesbiche, omosessuali e trans,contro immigrate/i e cittadine/i di seconda generazione. Violenza legittimata e incoraggiata da governi e sindaci-sceriffi che vogliono imporre modelli di comportamento normalizzati in nome del “decoro” e della “dignità” impedendoci di scegliere liberamente come condurre le nostre vite.

La violenza maschile ha molte facce, e una di queste è quella istituzionale: vorrebbero risolvere la crisi economica e culturale che stiamo vivendo smantellando lo stato sociale. Per salvare le banche, rifinanziare le missioni militari all’estero e militarizzare le nostre città tagliano i fondi ai centri antiviolenza, ai consultori e a tutti i servizi che garantiscono alle donne libertà, salute e indipendenza.

Con la legge 133 tagliano i fondi alla scuola e all’università pubblica per consegnare l’istruzione nelle mani dei privati determinando la fine del diritto ad una istruzione gratuita e libera per tutte/i.

Con il decreto Gelmini, migliaia di insegnanti, maestre precarie, perdono il posto di lavoro, e viene meno un sistema educativo - il tempo pieno - che sostiene le donne, consentendo loro una maggiore libertà di movimento e autonomia.

L’obiettivo delle riforme del lavoro, della sanità, della scuola e dell’università è di renderci sempre più precarie e meno garantite:mogli e madri “rispettabili” rinchiuse nelle case, economicamente dipendenti da un uomo, che lavorano gratuitamente per badare ad anziani e bambini.

Non pagheremo noi la vostra crisi!

Vogliamo reagire alla violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa agita verso di noi, in famiglia e fuori, "solo" perché siamo donne.Vogliamo dire basta al femminicidio.

SABATO 22 NOVEMBRE
SAREMO DI NUOVO IN PIAZZA COME FEMMINISTE E LESBICHE

PER RIBADIRE
con la stessa forza, radicalità e autonomia che la VIOLENZA MASCHILE non ha classe né confini, NASCE IN FAMIGLIA, all’interno delle mura domestiche, e NON È UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO MA E' UN PROBLEMA DI ORDINE CULTURALE E POLITICO!

E AFFERMARE CHE
al disegno di legge Carfagna, che criminalizza le prostitute e impone regole di condotta per tutte, che ci vuole dividere in buone e cattive, in sante e puttane, in vittime e colpevoli, noi rispondiamo che SIAMO TUTTE INDECOROSAMENTE LIBERE!

al decreto Gelmini che ci confeziona una scuola autoritaria e razzista, noi rispondiamo che VOGLIAMO TUTTE 5 IN CONDOTTA!

ai pacchetti sicurezza e alle norme xenofobe che ci vogliono distinguere in cittadine/i con e senza diritti, rispondiamo che SIAMO TUTTE CITTADINE DEL MONDO E ANDIAMO DOVE CI PARE!

Sommosse – Rete Nazionale di femministe e lesbiche

per adesioni: sommosse_roma@inventati.org

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9.3.08

 

Un otto marzo di lotta a Milano


Presidio al supermercato Esselunga di viale Papiniano

Molte delle donne che hanno manifestato ieri, 8 marzo, avevano un adesivo sul petto. Un cerchio rosso di divieto con su scritto: «Io non compro all'Esselunga». Al gruppo della grande distribuzione le donne dell'8 marzo milanese contestano il mobbing ai danni di una cassiera e le portano la loro solidarietà, di genere e di classe. La lavoratrice, in attesa del cambio per andare in bagno, non ha resistito e ha fatto pipì alla cassa. Nei giorni successivi ha sporto denuncia anche per essere stata malmenata negli spogliatoi.

Proprio davanti all'Esselunga di viale Papiniano ieri pomeriggio oltre un centinaio di rappresentanti dei collettivi femministi (Mai state zitte; Le strie; Donna Proletaria) e del movimento antagonista (anarchici, giovani dei centri sociali, singoli rivoluzionari[1]) hanno inscenato una manifestazione, presidiando dall'esterno ed entrando in massa nel supermercato, gridando slogans, suonando e cantando a squarcia gola (anche l'Internazionale), semi-paralizzando di fatto l'attività del super per circa due ore.

Finalmente un vero 8 marzo di lotta!

Riproduciamo, per la sua esemplarità, il testo del volantino distribuito e affisso in zona dalle compagne di Donna Proletaria, in questa bella occasione.

<<Un 8 marzo di lotta, contro la violenza padronale e familiare, per l'Autonomia Femminile!

Salta all'occhio, dopo l'aggressione a Giovanna(1), che l'Esselunga, - come si vanta il suo patron Caprotti - è proprio una ‘famiglia' con le carte in regola, e come nelle famiglie patriarcali con le carte in regola, che puniscono le donne per motivi d'onore, anche la sua ‘famiglia aziendale' punisce le lavoratrici, per motivi d'onore e dis-affezione. Giovanna, la cassiera, ha infranto la regola di vita della famiglia-Esselunga, lavorare sempre, senza distrazioni, tantomeno andare al cesso sul lavoro, in più ha infranto anche le regole di buona creanza della famiglia, perché ha fornito non un bel faccino sorridente ai consumatori che vogliono consumare in pace, ma l'orrida visione di un malessere, di una pipì in cassa.

Ha infranto le regole, Giovanna - 15 gg di malattia per una cistite - si sa che la malattia è furto del tempo aziendale e soprattutto se ne è fregata dei ‘sentimenti' dell'azienda, che vieta la simpatia per il sindacato. Un'offesa personale per il patriarca Caprotti, che crede le lavoratrici tutte sue e pretende - come nell'harem - che abbiano relazioni solo con lui, spiritualmente sempre presente, e materialmente incarnato nei suoi scagnozzi. Ci pensano loro a far funzionare "l'harem-aziendale" premiare le ‘brave' e punire le ‘cattive'. Con la ‘tortura' delle 7 ore, la permanenza in cassa senza rotazione, il reparto ‘confino', l'angoscia dell' ‘esubero', il ricatto dei turni, dei permessi, delle ferie e del declassamento. E per chi non capisce che il patriarca è il Caprotti, oltre alle torture rituali, c'è l'aggressione maschilista vigliacca e l'inquisizione papalina, la tortura dell'acqua, la testa ficcata nel water, la vendetta del Logo per stroncare ogni resistenza delle lavoratrici attraverso l'azione paralizzante della violenza e della paura.

Come è chiaro il legame tra violenza padronale e familiare!

Caprotti orgogliosamente dichiara che la sua Esselunga è una famiglia, di cui come patron, è il patriarca. Per non perdere la mission-familiar-aziendale, il massimo di profitto, usa la più bieca violenza contro le lavoratrici per terrorizzarle, obbligarle alla passività, spogliarle della loro dignità e dei diritti sindacali conquistati con decenni di lotte, onde eliminare ogni conflittualità di classe che farebbe traballare la sua bella ‘famiglia' in cui ha potere assoluto. Che somiglianza con la mission familiare del maschio violento, usare la violenza per terrorizzare e obbligare la donna a reggere tutta quanta la famiglia, una istituzione che non ha ormai più alcuna base economica produttiva, che è solo oppressiva, soffocante, alienante per la donna, ma che assicura i privilegi del potere riservati dal patriarcato al sesso maschile.

Questo 8 marzo, segna la fine del ‘silenzio', del rito della mimosa, di tutti i comportamenti femminili passivizzanti, è un 8 marzo di lotta in tutta Italia, una sonora risposta a tutte le forze reazionarie che ci stanno attaccando sul piano dei diritti, della dignità personale e lavorativa.

Questo 8 marzo è all'insegna dell'Autonomia Femminile, PASSARE ALL'ATTACCO, AUTO-ORGANIZZARSI in Sommosse, il Movimento delle Donne che non delegano altro che a se stesse la loro vita, organizzarsi in Sommosse, il ruggito della Leonessa contro il marciume capitalista che vuole risolvere la sua crisi sistemica sulle nostre spalle!

BOICOTTARE L'ESSELUNGA E OGNI SUPERMERCATO, GRANDI MAGAZZINI O NEGOZI IN CUI VIENE CALPESTATA LA DIGNITA' DELLE LAVORATRICI!
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(1) Lo sapevo che me l'avrebbero fatta pagare. Il racconto di Giovanna (nome di fantasia). "Giovedì, alle 16.30, ero appena andata in "pausa". Sono scesa nel nostro locale spogliatoio, mi sono seduta sulla panchetta e stavo frugando nella borsa per trovare qualcosa. Ho sentito una mano che mi afferrava da dietro e mi tirava su peri capelli «Avrei voluto urlare. Ma mi è stato messo qualcosa sugli occhi e un tampone, un pezzo di stoffa in bocca. Non riuscivo più a parlare e a vedere niente. Ho solo capito che si trattata di un uomo, una persona molto forte, più alta di me, ho pensato che stava per ammazzarmi. Mi ha trascinato con la forza dentro all´antibagno, ha cominciato a picchiarmi, mi sbatteva la testa sugli armadietti con violenza. Mi ha preso a calci, a spintoni, a pugni. Mi diceva, "hai parlato troppo" e picchiava. Giù un colpo e diceva: "Questo è da parte di..". Un altro colpo e "Questo è da parte di.." Ho cercato di graffiarlo. Ho anche pensato che se mi ammazzava almeno mi sarebbero rimaste tracce del suo Dna sotto le unghie. E gli ho morso un dito, ma ho sentito che aveva guanti di plastica. Quando mi ha costretto a mettere la testa nel water ho perso conoscenza, non ricordo più nulla. Pensavo ai miei due bambini e avevo il terrore di lasciarli per sempre». Sono rimasta sul pavimento davanti al water. Una collega mi ha trovato così, svenuta. Ho aperto gli occhi e ho visto il direttore della filiale che mi carezzava(!) e mi chiedeva "Perché mi fai questo?"(!!) Contusioni, distorsioni, ecchimosi, tumefazioni, trauma cranico. Ho terrore per me e i miei figli, paura delle conseguenze sul piano lavorativo, ma senza il mio stipendio la famiglia crolla. Non cercherò un'altro lavoro, resterò al mio posto e lotterò per la verità e i miei diritti'.>>
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[1] Davanti alle casse, con cappello, sciarpa rossa e megafono, anche Oreste Scalzone, il rappresentante di Autonomia operaia ritornato in Italia nel 2007 dopo la caduta in prescrizione dei reati di associazione sovversiva e banda armata per cui era stato condannato.

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27.2.08

 

Tra la festa il rito e il silenzio... scegliamo la lotta!


Il 23 e 24 febbraio in più di 400, femministe e lesbiche, ci siamo incontrate a Roma per dare un seguito al percorso nazionale iniziato con la manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne. (Comunicato Flat)

Due giorni in cui i nostri desideri, le nostre differenze e le nostre idee ed elaborazioni politiche si sono incontrate per dare sostanza all'affermazione della nostra autodeterminazione.

Abbiamo discusso insieme delle strategie di resistenza e trasformazione del mondo che abitiamo e delle pratiche che intendiamo agire per fermare la violenza maschile che si manifesta in varie forme: quella che avviene in famiglia, quella delle istituzioni e delle leggi che espropriano e controllano i nostri corpi, del sistema economico che precarizza le nostre esistenze, della cultura e della formazione che ci educa alla passività e alla subalternità, dell'eterosistema che costringe i nostri desideri e le nostre relazioni all'interno del modello unico dell'eterosessualità.

Abbiamo discusso di spazio pubblico, della sua presunta neutralità e della necessità di riappropriarci di tutti gli spazi con la nostra pratica collettiva e autodeterminata.

Abbiamo parlato dell'accesso e della riappropriazione da parte delle donne delle tecnologia e dei mezzi di comunicazione, tramite l'utilizzo del free-software.

Abbiamo parlato di razzismo, cercando di partire da noi per esplorare la complessità del rapporto con l'altra, anche alla luce dei nostri privilegi, sottolineando che non possiamo dirci autodeterminate se a tutte,e quindi anche alle donne migranti, non vengono garantiti quei diritti che rivendichiamo e riteniamo minimi per la nostra esistenza.

Il sommovimento femminista e lesbico ha espresso la necessità di altri momenti di confronto e discussione, nonchè di proseguire il percorso comune facendo vivere le nostre elaborazioni negli prossimi appuntamenti che verranno costruiti:
• un presidio il 4 marzo sotto il Tribunale di Bologna per un processo per stupro;
• un presidio il 5 marzo sotto la sede della Corte di cassazione a Roma per solidarietà alle donne che hanno denunciato per stupro un medico anestesista;
• presidio il 18 marzo a Perugia, sotto il tribunale dove si terrà l'udienza preliminare per l'uccisione di Barbara Cicioni da parte del marito;
• una manifestazione nazionale a maggio in una città del sud contro la violenza maschile nelle sue varie forme;
• due giorni di discussione nazionale forse nel mese di giugno;
• una campagna nazionale per l'autodeterminazione e la libertà delle donne e delle lesbiche che si articolerà attraverso le proposte discusse dai vari gruppi tematici e l'assemblea ha accolto la campagna "Obiettiamo gli obiettori", che ogni territorio sceglierà poi di articolare eventualmente come vuole.
• un 8 marzo autorganizzato da femministe e lesbiche a livello territoriale che rilanci la lotta per l'autodeterminazione, manifestando con lo striscione comune: «Tra la festa, il rito e il silenzio noi scegliamo la lotta!».

Esprimiamo un forte e chiaro no alla strumentalizzazione a fini elettorali dell'8 marzo da parte di cgil cisl e uil, organizzazioni che sostengono politiche familiste e di controllo sui corpi e a cui non deleghiamo l'espressione del nostro pensiero e delle nostre pratiche politiche.

Assemblea nazionale di femministe e lesbiche

Roma, 24 febbraio 2008

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26.2.08

 

Donne a confronto su violenza in famiglia e precarietà


In trecento a Roma per l'incontro di Flat, Femministe e lesbiche ai tavoli. Oggi [domenica 24/2] l'assemblea nazionale all'Università Valdese (Marina Zenobio)

Da Trieste a Palermo, in treno o auto, sono arrivate in più di 300, ieri a Roma, alla Casa internazionale della donna, rispondendo all'invito di Flat - Femministe e lesbiche ai tavoli -, due giorni di analisi e confronto sulla violenza contro le donne, organizzati dalla rete nazionale «Sommosse».

Associazioni e collettivi di femministe e lesbiche si sono divisi i tavoli di discussione, a partire da quello sulla violenza introdotto da «Donne in genere» Roma, «Giurist@ democrati@-rete femminista» e «Quelle che con ci stanno» di Bologna. Un momento di condivisione di pratiche e metodologie di intervento per contrastare la violenza maschile, con particolare riguardo a quella domestica o, per essere più precise, quella che si consuma in famiglia, all'interno di quello che nell'immaginario è considerato il luogo privilegiato dell'amore. E qualcuna ricorda che fino al 1981 da noi esisteva il delitto d'onore. La pausa pranzo è un momento colorato per fare conoscenze. Valentina, 23 anni, fa parte del Collettivo «Malefimmine» di Palermo, segue il tavolo sull'autodeterminazione, legge 40 e attacco alla 194. «Non viviamo slegate dalle contraddizioni della nostra terra, dove la lotta per un aborto assistito libero e gratuito è rivoluzionaria. Da noi la pratica delle obiezioni di coscienza è molto diffusa. Al Santa Sofia l'unico reparto che praticava le interruzioni è stato chiuso per ristrutturazione e mai riaperto. Le donne di Agrigento devono andare in altre città e - denuncia - ad una ginecologa che prescriveva la pillola del giorno dopo qualcuno ha manomesso i freni dell'auto». Da Flat Valentina si aspetta continuità, contenuti forti e grandi campagne che sappiano coinvolgere tutta la penisola, e anche le isole, contro l'attacco alla 194.

In un «non perdiamoci di vista» spera anche Livia, 30 anni, al tavolo su lavoro e precarietà che si chiede che cosa sia il welfare in Italia se non la «famiglia» che andrebbe sì tutelata, ma solo se rientra nella « normalità». A questo tavolo partecipano molte operatrici di call center, tra cui Michela che risponde per l'Alitalia, con contratti a termine rinnovati da 7 anni. Entusiasta del suo tavolo, violenza dell'eterosistema, è Anita, 61 anni, del «Gruppo soggettività lesbica» di Milano. In questa sede ha trovato un luogo di riflessione su femminismo e lesbismo, e ripreso la critica ai movimenti gay e femministi rispetto la loro richiesta di riconoscimento come coppia, quindi come famiglia. «Non mi aspettavo - dice Anita - un livello così alto di discussione e di capacità di interloquire tra generazioni». E' una «Mela di Eva» Stella, romana di 25 anni al tavolo comunicazione. «Bel momento di incontro con altre realtà, le loro esperienze e pratiche, perché ogni territorio calibra il proprio intervento in base alla realtà che ha intorno, uno scambio complessivo da cui non si può prescindere».

Resta virtuale, per ora, il tavolo sul razzismo come nodo da districare, e sul blog di Flat (flat.noblogs.org) si possono leggere i consigli per una femminista (lesbica) bianca e italiana la prima volta che incontra una donna nera, ebrea, immigrata, rifugiata del Terzo Mondo. Critica femminista alle culture patriarcali, con particolare riferimento ad educazione e formazione, al tavolo sul sessismo, che ha dibattuto anche le possibilità di costruzione di una cultura altra. Femminismo e spazio pubblico, introdotto da «Quaderni Viola» e «Collettivo Porta Nuova» di Milano, è il tavolo che si chiede quali siano le possibilità per le donne di occupare efficacemente uno spazio pubblico.

L'evento si concluderà oggi [domenica 24/2] all'Università Valdese, via Pietro Cossa, con un'assemblea nazionale (inizio ore 10), nel corso della quale verranno presentate le relazioni messe appunto ieri dai gruppi di lavoro, per poi lasciare il microfono aperto a tutte le donne che parteciperanno singolarmente.

(il manifesto, 24.2.08)

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25.2.08

 

"Sommosse" a Roma, due giorni di dibattito


Parte questa mattina a Roma la mini maratona di Flat -Femministe e lesbiche ai tavoli -, due giorni di analisi e dibattiti sulla violenza contro le donne organizzati dalla Rete nazionale «Sommosse». (Marina Zenobbio)

Il primo appuntamento, quello odierno, è alle 10 alla Casa internazionale delle donne. Qui, collettivi e associazioni arrivate da tutta Italia si divideranno in 6 tavoli di discussione per un momento di confronto sulle analisi, le pratiche e le prospettive di lotta in relazione ad aspetti particolari della violenza contro le donne, quella subita all'interno delle mura domestiche; la violenza delle istituzioni e delle leggi attraverso il controllo sui corpi (legge 40 e attacchi alla 194); dei media, quindi riappropriazione di linguaggi e strumenti; la violenza del sistema economico (leggi precarietà del lavoro); quella insita nell'educazione sessista e la violenza dell'eterosistema.

L'evento si concluderà domani all'Università Valdese in via Pietro Cossa con un'assemblea nazionale (inizio ore 10) nel corso della quale verranno presentate le relazioni messe a punto oggi dai gruppi di lavoro, per poi lasciare il microfono aperto a tutte le donne che parteciperanno singolarmente.

L'obiettivo di Flat è dare continuità - dopo la grande manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile - al protagonismo politico delle donne, riaffermando il principio dell'autodeterminazione sui corpi e sulle vite delle donne e per lanciare, tutte insieme, «una campagna permanente di lotta contro tutti i tentativi di limitare la nostra libertà ed autonomia costruendo, per il prossimo 8 marzo, iniziative in ogni città». Un evento nel quale le organizzatrici sperano fortemente di scambiare conoscenze e condivisione delle pratiche e delle strategie di azione. Per facilitare la restituzione della complessità e della coralità degli interventi dal blog di Flat (flat.noblogs.org) il «sommovimento» femminista e lesbico invita le partecipanti ad esprimersi il più possibile in interventi unici, richiamando quindi ad un senso di responsabilità verso l'assemblea da parte di tutte quelle realtà che sono più o meno interne a partiti, sindacati o movimenti politici strutturati nazionalmente.

(il manifesto, 23.2.08)

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24.1.08

 

Autodifesa della vita: l'ultima parola è la nostra!


Proposta alle compagne milanesi per un 8 marzo non rituale

Con gonnelloni o pantaloni, porporati o ingrigiti, inginocchiati o daipulpiti, sono sempre uomini a pontificare sui nostri corpi. Quelli che appoggiano le guerre e i massacri in nome dello "scontro di civiltà", che accettano e giustificano l'inquinamento, le produzioni nocive e le morti sul lavoro come "effetti collaterali" del profitto e del progresso, sono gli stessi che non dicono una parola sulla violenza contro le donne in famiglia ma ­ forti anche delle complicità di alcune donne di potere additano come assassine le donne che scelgono di interrompere gravidanze non desiderate. Questi feti-cisti farneticano di seppellimenti di feti, cimiteri di feti, feti-cyborg tenuti in vita a forza: mucchietti di cellule inconsapevoli vengono così resi portatori di diritti che poi non sono garantiti a donne e uomini adulte/i e consapevoli. (Riceviamo, approviamo e pubblichiamo)

Il vero assillo di questi feti-cisti è il controllo delle nostre sessualitàe possibilità riproduttive. Ciò che ipocritamente chiamano "difesa dellavita" è in realtà uno strumento ideologico di controllo e di repressione delle pratiche di autodeterminazione delle donne, così come la violenzafemminicida diventa un pretesto per sdoganare politiche securitarie e razziste e tenere le donne imprigionate fra le mura domestiche, riducendoci a soggetti da "proteggere".

Ci vorrebbero terrorizzare o criminalizzare per gestire le nostre vite, perridurre le possibilità di scelta e di movimento, per addomesticarci.

L'assemblea delle donne di Roma ha stabilito una due giorni di confronto (23-24 febbraio) e la costruzione di mobilitazioni in tutte le città per l'8marzo.

Proponiamo di costruire un'iniziativa di piazza a Milano che continui il percorso aperto dal corteo del 24 novembre scorso, in cui come donne abbiamo gridato la nostra VERA "difesa della vita" e la nostra VERA sicurezza: l'AUTODIFESA DELLA VITA.

In un contesto in cui la precarietà non è solo lavorativa ma è ormai unacondizione di vita, dove la famiglia rappresenta al contempo una gabbia femminicida e spesso il solo ammortizzatore sociale, rendere pubbliche lenostre pratiche di AUTODIFESA DELLA VITA ci sembra uno strumento politicoefficace non solo per demistificare le ipocrisie ma anche per valorizzare i percorsi di autonomia reale delle donne che hanno scelto di rompere colvittimismo e con le complicità col dominio patriarcale.

Proponiamo, quindi, un'iniziativa pubblica per l'8 marzo che non si riduca a un rituale né semplicemente ad una manifestazione, ma che sia un'occasioneper rendere pubbliche le nostre denunce e pratiche politiche in difesa della qualità della vita: in poche parole manifestare la nostra AUTODIFESA DELLA VITA, che accomuna il nostro agire politico nel quotidiano coi percorsi delle donne nelle lotte territoriali contro guerre e nocività: ­ No Tav, NoDal Molin, ecc. - e con le pratiche di rottura delle complicità e delle logiche di rappresentanza.

Vorremmo individuare insieme degli obiettivi e trovare modalità comunicative per presentare i nostri punti di forza, cioè nel mostrare positivamente i nostri percorsi e l'autonomia degli stili di vita che pratichiamo, esplicitando le nostre strategie di resistenza a tutte le forme di prevaricazione e di negazione del diritto di autodeterminazione e di scelta, in famiglia, nel lavoro, nella vita.

Invitiamo le compagne interessate a questo percorso a partecipare ad una riunione lunedì 28 gennaio, alle 21 (puntuali), c/o CDM, corso Garibaldi 91, MM2 Moscova (citofonare Collettivi Donne Milanesi), per un primo momento di confronto.

Collettivo femminista Maistat@zitt@ (Milano)

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14.1.08

 

Roma: l'assemblea nazionale delle donne del 12 gennaio


«Legge 194, niente passi indietro». Le femministe snobbano Ferrara

«Papa, Veltroni e antiabortisti, non fatevi illusioni». Ieri a Roma l'assemblea delle donne. Per l'8 marzo preparano iniziative in tutta Italia (Daniela Preziosi)

Roma. Il bilancio della manifestazione nazionale contro la violenza degli uomini sulle donne, lo scorso 24 novembre nella capitale, è più che positivo. La «cacciata» delle ministre dalla piazza è stato un gesto «di lotta e di autodifesa» per conservare protagonismo e autonomia. Le prossime mosse saranno due giorni di approfondimenti tematici, il 23 e il 24 a Roma, poi un 8 marzo da celebrare con iniziative specifiche in tutte le città. Ieri l'assemblea nazionale delle donne e delle lesbiche (questa è la definizione che viaggia negli interventi) era convocata nella storica sede della Casa internazionale delle donne. In una sala troppo piccola però, e francamente non si capisce il motivo di tanta stitichezza di spazi. Sono arrivate in trecento, da tutta Italia, soprattutto giovani e giovanissime, per discutere di patriarcato, di autodeterminazione e di come trasformare «un movimento carsico» in un riferimento politico permanente. Forse il sito http://www.controviolenzadonne.org/, che finora ha fatto da collettore per tutte, si doterà di una mailing list, forse si sperimenteranno nuove forme attraverso la rete per raggiungere le donne che non c'erano il 24 novembre in piazza (ma che, in molte hanno testimoniato, si sono ugualmente sentite coinvolte dalla radicalità di quell'evento).

Fatto sta che fra le tante urgenze, ieri, quella di rispondere all'attacco alla legge 194 sferrato dal Vaticano e dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara - che ieri nelle stesse ore consumava il suo blitz in una riunione del Pd - era la meno sentita. Non perché non si intenda vigilare sul diritto di aborto - anche se la difesa della 194 non è una priorità negli interventi delle lesbiche - ma perché, hanno ripetuto molte, «non ci facciamo dettare la nostra agenda da Ferrara». Piuttosto che produrre comunicati ad uso e consumo del circo mediatico, queste donne stanno svolgendo inchieste regione per regione sullo stato dei consultori.

Nel dibattito non sono mancati i momenti emozionanti. Come quando Linda, del centro Alma Sabatini, 88 anni, ha lentamente attraversato la siepe delle ragazze sedute per terra per raggiungere Nicole, ragazzina ribelle decenne [di Milano], lì con la nonna, «noi due insieme facciamo cento anni di femminismo». O quando la filosofa e memoria storica delle donne Lea Melandri ha spiegato di aver «riconosciuto» come «simili» le pratiche radicali delle più giovani. Forse anche nell'eccesso di autorganizzazione e in una qualche refrattarietà alle alleanze, che potrebbe trasformarsi in un limite per quest'alba di movimento. Queste donne si prendono tutto il loro tempo per pensarci su. Nel frattempo si vedranno alla 'laica frocessione' all'università la Sapienza di Roma durante la visita di papa Ratzinger, dove sarà accolto dal sindaco Veltroni e dal ministro Mussi. E alla manifestazione No Vat(icano) del prossimo 8 febbraio.

(il manifesto, 13.1.08)
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- V. le relazioni delle delegate di Milano, Torino e Gorizia-Monfalcone

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24.11.07

 

Roma, 24 novembre: 150.000 donne in piazza contro la violenza maschile




Un enorme spettro si aggira per le strade di Roma...

Le donne Rom (una quarantina) hanno aperto il corteo. Dietro lo striscione «La violenza degli uomini contro le donne comincia in famiglia e non ha confini» oltre 400 associazioni femminili, femministe e lesbiche, centri antiviolenza, donne dei movimenti, donne singole. Altri striscioni, cartelli e slogan: "L'assassino non bussa, ha le chiavi di casa", "Contro la violenza del maschile, autonomia femminile"; "Libere di agire, capaci di reagire"; "Donne, se ci ama da morire, preoccupiamoci"; "Violenza familiare, violenza patriarcale"; "Se la violenza è sotto il tetto che ce faccio cò sto pacchetto" (con la variante: "Se la violenza è in casa mia, che ci faccio con più polizia?") ; "Violenza familiare, basta sopportare"; "Lo stupratore non è malato, è figlio sano del patriarcato"; "Famiglia assassina"; "Ne uccide più l'amore che il tumore"; "Fuori i fascisti da questo corteo"; "La violenza contro le donne non dipende dal passaporto, la fanno gli uomini"; "Giù le mani dalle donne!"; e così via, passando dagli slogan lesbo fino allo striscione "Trasformare la paura in rabbia, la rabbia in forza e la forza in lotta".

E ancora: «Contro la violenza dei padroni, 10 100 1000 masturbazioni»; «La libertà di scelta non è un'utopia, donne in lotta per l'autonomia»; «Dentro le case non ritorneremo, sempre più furiose in piazza scenderemo»; «Per ogni donna stuprata e offesa, siam tutte parte lesa»; «Maschi stupratori uscite fuori adesso, ve lo facciamo noi un bel processo»; «Compagno maschilista sei il primo della lista»; «La vostra violenza è solo impotenza, la nostra cultura vi fa paura»; «La violenza sulle donne non ha colore, né religione, né cultura ma solo un sesso».



Il corteo si è snodato per via Einaudi, piazza dei Cinquecento, via Cavour, largo Ricci, via dei Fori imperiali, piazza Venezia, via delle Botteghe oscure, largo di Torre Argentina, corso Vittorio Emanuele, via della Cuccagna, piazza Navona. Qui, le donne dell'Ugl che la occupavano sono state sloggiate, e il corteo si è concluso cacciando dal palco le parlamentari che si stavano pavoneggiando davanti alle telecamere.

La manifestazione, organizzata molto in sordina, quasi ignorata fino a due-tre giorni fa, è stata messa in piedi da un gruppo di collettivi femministi di Roma tra cui Amatrix, Libellule, Feramenta, Associazione femminista via dei Volsci, a cui sicuramente non fa difetto la rabbia e le idee chiare. "L'idea della manifestazione è stata nostra" spiega Amelia, "non vogliamo cappelli politici anche perché delle scelte di questa politica non condividiamo quasi nulla. E non vogliamo uomini, abbiamo fatto una scelta sessista e separatista perché in questo modo si capisca che il problema in Italia è di tipo culturale e serve scardinare la società di tipo patriarcale...". Il tanto vituperato, da destra e soprattutto da sinistra, separatismo(1) è stato l'impronta di tutta la manifestazione: le compagne che non erano d'accordo si sono accodate, essendo in netta minoranza, in fondo al corteo(2).

Cacciate assieme agli uomini, alcune anche in malo modo, le (poco) onorevoli deputatesse e senatrici del marciume parlamentare, presentatesi come "rappresentanti" politiche delle donne: Giulia Buongiorno, Mara Carfagna, Giovanna Melandri, Alessandra Mussolini, Barbara Pollastrini, Stefania Prestigiacomo, Livia Turco(3).

Due, pertanto, le note caratteristiche della stupenda manifestazione di Roma, che hanno subito messo in allarme tutte le forze politiche filo-sistema:
- 1°) l'affermazione dell'autonomia femminile, primo passo per l'auto-organizzazione e l'auto-difesa contro ogni forma di violenza, maschile, governativa e statale;
- 2°) la sua netta caratterizzazione anti-parlamentare e anti-sistema.

In quasi tutte le città italiane sono stati organizzati dalle stesse donne treni e pullman: da Milano a Bari, da Cagliari a Bologna, da Genova a Salerno, Torino e Gorizia, da Potenza a Palermo. Moltissimi i boicottaggi, istituzionali e personali, soprattutto di mariti, fidanzati, padri ecc.

- Voci dal corteo
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(1) La partecipazione degli uomini alla manifestazione di sabato, così specifica, così sofferta, sarebbe stata l'ennesima riaffermazione della violenza maschile sulle donne, sotto forma dell' onnipresenza dell'uomo.

(2) Queste compagne non hanno capito che in occasione di un corteo di donne contro la violenza maschile, la cosa migliore che potevano fare gli uomini era di stare a casa a curare i figli e/o gli animali domestici, fare le pulizie e la spesa, e preparare da mangiare per il ritorno delle guerriere!

(3) La critica più subdola che è stata mossa alle manifestanti per la estromissione delle parlamentari, è che - così facendo - perdevano l'occasione di avere una sponda in parlamento per l'approvazione accelerata delle leggi in cantiere "a protezione delle donne". In realtà, le manifestanti, col loro comportamento ostile, hanno pubblicizzato la natura radicale, anti-parlamentare e anti-sistema, della mobilitazione. Nessun striscione, nessun cartello, nessuno slogan chiedeva "leggi a favore delle donne"! Siamo di fronte ad un passo avanti della lotta politica rivoluzionaria in Italia: chi lo capisce, bene; chi non lo capisce, se ne accorgerà tra breve...

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2.11.07

 

In piazza contro la violenza di genere


Che il maggior numero di violenze fisiche e sessuali contro le donne avvenga nell'ambito familiare ormai è noto, almeno ai lettori di questo giornale. Come è noto che quelle che vengono denunciate sono solo la punta piccolissima di un iceberg. Quello che forse non è stato ancora raccontato abbastanza è che anche le violenze sessuali e le aggressioni subite in strada vengono raramente denunciate perché le donne spesso sono le prime a non avere rispetto per se stesse e a interiorizzare un contesto culturale e sociale che le vuole vittime per destino. Le donne insomma non sono al sicuro mai. Né dentro le mura domestiche né tanto meno in strada. (Eleonora Martini)

Ma allora, insieme al lavoro culturale e visto che si parla di sicurezza urbana, c'è qualcosa che si potrebbe fare per rendere le città più sicure per le donne? I dati parlano da sé e fanno onestamente paura, come ha denunciato recentemente anche la stessa ministra delle pari opportunità Barbara Pollastrini. E raccontano di un mondo dove sempre più «la violenza maschile non conosce differenze di classe, di etnia, di cultura, di religione o di appartenenza politica», come scrivono nel manifesto di convocazione le associazioni che hanno indetto per sabato 24 novembre una manifestazione nazionale a Roma, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Un'iniziativa costruita a partire dall'assemblea pubblica che si è tenuta nella capitale il 21 ottobre scorso presso la Casa internazionale delle donne, scaturita dall'incontro di singole cittadine e organizzazioni femminili, femministe e lesbiche provenienti da tutta Italia. Il problema è culturale(1) e non può essere affrontato solo da un punto di vista securitario, dicono le associazioni di donne, le operatrici dei centri antiviolenza e molte esponenti del variegato mondo del femminismo italiano. Meno che mai «può essere ricondotto a un problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico», come c'è scritto nell'appello diffuso dal sito http://www.controviolenzadonne.org/. L'aggressività maschile, aggiungono, «è la prima causa di morte e di invalidità per le donne di tutto il mondo, come riconosciuto dall'Onu».

Ma è così vero che l'aggressività maschile nei confronti delle donne non conosce differenze culturali? Dirlo non è fare un po' torto al lavoro e alle lotte di quasi quaranta anni di storia femminista? «Fino a che non cambierà la cultura di questo paese non ci sarà nessuna città sicura per le donne - risponde Assunta Sarlo, esponente di primo piano del movimento Usciamo dal silenzio, tra i promotori della manifestazione - Poi è ovvio che in ambito locale ci sono politiche che rendono più sicure le città e altre che sono totalmente inutili. Sono inutili per esempio le telecamere a ogni angolo o la militarizzazione del territorio, mentre è assolutamente necessario riempire e vivacizzare le strade e non svuotarle».

Dare un'occhiata alle statistiche può essere d'aiuto a capire la situazione: in Italia una donna su tre subisce violenza fisica e sessuale, soprattutto tra le mura di casa, secondo il Centro soccorso di Milano. Oltre 14 milioni di donne italiane hanno subito abusi nella loro vita, si stima possano essere circa il 65% della popolazione femminile. Un milione e 400 mila donne hanno patito uno stupro prima dei 16 anni. Ma il 96% delle violenze non vengono denunciate. Il 14,3% delle donne ha subito almeno una volta violenza fisica o sessuale dal partner, attuale o ex, mentre il 24,7% le ha ricevute da un altro uomo. Ma, secondo dati Istat, solo il 18,2% delle donne considera la violenza patita in famiglia un «reato», mentre il 44% la giudica semplicemente «qualcosa di sbagliato» e ben il 36% solo «qualcosa che è accaduto».

«La violenza sulle donne è una piaga sociale e non un problema individuale e deve trasformarsi in qualcosa di negativo, mentre oggi non è così - dice Daniela Fantini, da 12 anni ginecologa al Soccorso violenza sessuale di Milano - ce n'è tanta in famiglia ma anche in strada e poche denunciano perché manca il rispetto di sé, perché la considerazione che la donna valga zero è purtroppo molto diffusa». Ma è anche ovvio che sia più diffusa laddove non c'è stato abbastanza lavoro culturale da parte delle donne o dove c'è una violazione sistematica dei diritti umani. «Il maggior numero di violenze avvengono all'interno dei gruppi di immigrati rumeni, albanesi, sudamericani e africani», aggiunge la dottoressa Fantini che racconta episodi che hanno dell'incredibile: «Spesso ci raccontano di uomini che dopo aver violentato una donna, magari fuori di una discoteca, le offrono il loro bigliettino da visita. Lo stupro, insomma, non è considerato una cosa sbagliata. Bisogna ribaltare questa concezione e dire che la violenza non è un destino e per gli uomini non è un obbligo». «Non so cosa serve a rendere una città più sicura - conclude Fantini - ma di certo non serve riempirla di poliziotti, perché elimina solo questi epifenomeni di cui vengono poi riempite le cronache. Il lavoro sul rispetto è più lungo ma è l'unico che paga davvero».

(il manifesto, 1.11.07)
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(1) E' il limite della manifestazione. La violenza di genere non è solo un problema "culturale", ma soprattutto politico-sociale. Tuttavia, è un primo passo mobilitativo [N.d.R.].

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20.9.07

 

Spetta alle donne decidere se fare o non fare figli


Gb, sterilizzazione come anticoncezionale


Ogni anno circa 40 mila donne si sottopongono all'occlusione delle tube di Falloppio. Il racconto di tre «mai mamme» al Daily Mail. (Simona Marchetti)

Farsi sterilizzare come scelta contraccettiva. Sono in aumento le giovani inglesi sotto i 30 che si sottopongono all'intervento, certe di non volere bambini. Lo rivelano i dati del Servizio Sanitario di Sua Maestà (NHS) e una ricerca svolta dalla «Marie Stopes International», che si occupa di problematiche legate al sesso e alla riproduzione femminile. Stando ai risultati, ogni anno circa 40 mila donne sceglierebbero la via della sterilizzazione (ovvero, l’occlusione delle tube), mentre rispetto all’anno scorso, nella sola Inghilterra si è registrato un incremento dell’1% nel numero di interventi privati di ragazze non ancora trentenni. Una pratica inconcepibile per chi ha già un figlio o ne è alla disperata ricerca. Eppure c’è chi l’ha fatto e non ne è per niente pentita, come hanno raccontato tre giovani «mai mamme» al Daily Mail.

NIENTE BAMBOLE - «Fin da bambina sapevo che non avrei mai voluto figli – ha raccontato Charlie McCann, una single del Dorset che si è «regalata» l’intervento per i suoi trent’anni – perché non mi è mai piaciuto giocare con le bambole. Mi ricordo che avevo circa 7 anni e un giorno lo annunciai ai miei amichetti, dicendo che non mi sarei mai sposata e non avrei mai avuto figli. Crescendo, tutti mi dicevano "mai dire mai", ma io ero convinta e la prima volta che mi sono informata sulle procedure per la sterilizzazione avevo 21 anni. Peccato che il medico da cui andai mi rise in faccia, dicendomi che ero troppo giovane per decidere». Per legge, i dottori rifiutano di praticare la sterilizzazione alle donne al di sotto dei trent’anni o a chi non ha già un figlio, mentre andando privatamente non ci sono remore morali: basta pagare 1200 sterline (circa 1700 euro).

L'INTERVENTO - Ma Charlie, oggi 34enne, all’epoca non poteva permettersi un tale esborso, è così ha aspettato di spegnere la trentesima candelina prima di andare sotto i ferri, con il placet del servizio sanitario nazionale e della madre Frances. E pensare che cinque anni fa era stata la stessa ragazza ad assistere la sorella maggiore al momento del parto della secondogenita, tagliando addirittura il cordone ombelicale. «È stato bello assistere alla nascita di mia nipote – ha spiegato ancora Charlie – ma il mio istinto materno è rimasto a zero». L’intervento di chiusura delle tube di Falloppio dura in genere 45 minuti in anestesia generale: le tube vengono bloccate in modo che ovulo e spermatozoo non possano incontrarsi. Il «blocco» si può attuare ponendo fasce o clip sulle due condutture, legandole e tagliandole, o persino applicando della corrente elettrica per riscaldarle e bloccarle con cicatrici.

RIPRISTINO - Sebbene non completamente irreversibile, l’operazione di ripristino può essere molto costosa e problematica, oltre ad avere fra il 65 e il 95% di possibilità di riuscita. Ma Charlie non ha alcuna intenzione di tornare indietro: «Malgrado mi svegliassi piangendo per il dolore e abbia avuto crampi terribili per sei settimane, non ho mai rimpianto neanche per un minuto la mia scelta. Alcune mie amiche si sono sentite offese per la mia decisione, ma non mi considero una persona crudele solo perché la nostra società non può accettare che una donna decida di non avere figli. Se io non giudico chi li ha, perché gli altri dovrebbero giudicare me?». La pensa allo stesso modo Justine James, una ventottenne del Kent che sette anni fa si è fatta sterilizzare in una clinica privata. «Non mi sono mai piaciuti i bambini e non mi è mai piaciuto averli in giro, così perché non avrei dovuto farlo? All’epoca, il mio compagno mi appoggiò in pieno e noi abbiamo rotto solo diversi anni dopo, quando la relazione aveva ormai fatto il suo corso. Ho raccontato della mia operazione anche al mio attuale partner e l’ha accettata subito, anche perché nemmeno lui vuole figli. E pure i miei genitori, malgrado sia figlia unica, mi hanno sostenuto, perché la loro unica preoccupazione è che io sia felice e io lo sono davvero».

MONDO SOVRAPPOPOLATO - A differenza di Justine e come già per Charlie, anche Sarah McIntryre ha dovuto aspettare di scollinare i trenta prima di farsi chiudere le tube, perché non poteva permettersi di pagare l’intervento privatamente. Oggi, che di anni ne ha 33, la ragazza non potrebbe essere più soddisfatta della drastica soluzione, anche se la sua esperienza è stata molto diversa da quella delle altre due ragazze: «Quand’ero una stupida teenager rimasi incinta del mio ragazzo, ma non lo dissi a nessuno e al quinto mese ebbi un aborto che mi fece andare in travaglio. Fu un’esperienza traumatica che ha rafforzato la mia idea di non volerla mai più ripetere in futuro. Le mie due sorelle e mio fratello hanno tutti dei bambini, ma io sono arrivata alla conclusione che la maternità non faccia per me. E credo anche che ci siano motivazioni sociologiche nel fatto di non avere figli: perché far nascere bambini in questo mondo già sovrappopolato, quando stiamo facendo di tutto per rovinarlo? E perché dovrei esporre mio figlio al rischio della droga e delle armi?».

DISAPPROVAZIONE - I legittimi dubbi di Sarah sembrano però scandalizzare ancora l’opinione pubblica, come ha sottolineato Annily Campbell nel suo «Childfree and Sterilised» («Senza figli e sterilizzate»): «Malgrado le donne stiano prendendo sempre più coraggio e siano disposte ad ammettere di non volere figli, la società moderna è meno disponibile ad accettare la cosa. Avere o non avere dei figli dovrebbe essere una scelta paritetica, ma non è affatto così, perché nel primo caso si ha la benedizione incondizionata, mentre nel secondo si viene solamente disapprovati».

(Corriere della sera, 20 settembre 2007)

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"La donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal Capitale"

(Camilla Ravera - L’Ordine Nuovo, 1921)

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Sciopero generale, subito!

Stop agli omicidi del profitto! Blocchiamo per un giorno ogni attività. Fermiamo la mano assassina del capitale. Organizziamoci nei posti di lavoro in comitati autonomi operai con funzioni ispettive. Vogliamo uscire di casa... e tornarci!

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