21.9.07

 

Divorzi boom. E lui torna dai genitori


Otto università analizzano la crescente instabilità della società italiana. Nel giro di dieci anni i fallimenti coniugali sono quasi raddoppiati. Uno su cinque di nuovo nella vecchia famiglia. (Caterina Pasolini)

Torno a casa, torno a vivere con mammà. Non è una minaccia, una promessa, una battuta da commedia all'italiana ma una realtà complessa sempre più diffusa in un Italia dove una coppia su quattro finisce in frantumi. Nel paese dove negli ultimi dieci anni il numero di separazione è divorzi è quasi raddoppiato, più del 20 per cento degli uomini con un matrimonio alle spalle rientra a vivere nella famiglia originaria. Quella, dicono le statistiche, che tra tutti gli europei è stato l'ultimo a lasciare per la difficoltà di trovare un lavoro che gli consentisse di mantenersi. Ormai trentenne, ben che vada, diventa autonomo: spesso però dura poco. Ancora una volta per soldi e per affetto, per cultura ma soprattutto per risolvere difficoltà economiche la vecchia generazione regge il paese. "La famiglia di origine si ritrova a fare da cuscinetto, a sopperire alle mancanze del welfare. In Italia c'è ancora una solidarietà generazionale, legami familiari forti e così se le femmine separate e in difficoltà vengono aiutate economicamente, i maschi tornano dai genitori quando si ritrovano senza casa, spesso assegnata a moglie e figli, e tra assegno di mantenimento e nuove spese non hanno soldi per trovare alloggio". A fare questa analisi è il professor Massimo Livi Bacci, demografo, accademico dei Lincei, sposato da 44 anni, che ha coordinato un convegno che ha visto otto università italiane lavorare sull'Italia delle separazioni e dei divorzi. Raccontare la crescente "instabilità familiare", cercare cause, intravedere conseguenze demografiche, economiche e sociali.

Una fotografia del paese che cambia, tra uomini che tornano dai genitori e donne che lavorano sempre di più e sempre più spesso si separano "non più disposte a prolungare un matrimonio infelice". Tra figli che inizialmente subiscono i contraccolpi (depressione, problemi scolastici) della crisi ma che nell'89% dei casi preferiscono genitori separati piuttosto che infelici e pensano sia giusto (87%) che padre e madre si costruiscano una nuova famiglia. Storie sempre più comuni, realtà quotidiane non più eccezioni da ricchi. Lo dicono i numeri tra: il '95 e il 2005 le separazioni sono passate da 51mila a 83mila, i divorzi da 27mila a 47mila. Più frequenti nelle regioni in cui il 50 % delle donne ha un'occupazione. In Italia, anche se non siamo ai livelli europei dove un matrimonio su due si spezza, stiamo assistendo ad una "democratizzazione delle separazioni", analizzano gli esperti. Non è più solo un fenomeno che interessa classi agiate, con buoni titoli di studio e lavori ben remunerati, è una realtà in crescita trasversale in tutti gli strati della popolazione. "E questo pone un problema: si assiste a un generale impoverimento perché la coppia divisa ha maggiori spese, minor potere di acquisto e quindi c'è il problema della difesa delle fasce più deboli, delle madri single, dei figli di separati che ormai sono l'otto per cento dei ragazzi tra i 10 e i 15 anni", dice la professore Letizia Mencarini del dipartimento di demografia dell'università di Firenze. L'Italia, sostiene, è impreparata ad affrontare i problemi legati all'aumento delle separazioni, all'impoverimento di larghi strati della popolazione. Troppo alti, sottolinea, persino i costi di una separazione che, se conflittuale costa sui 15mila euro. E a quanto raccontano magistrati e avvocati specializzati in diritto di famiglia, si sta assistendo ad una vera "esplosione di conflittualità" tra ex coniugi nonostante la legge sull'affido condiviso dei figli.

Separazioni e divorzi hanno poi un peso molto diverso sui due ex partner, secondo le caratteristiche della società nella quale vivono, le leggi, gli aiuti alle famiglie monoparentali e ai più deboli. Da uno studio europeo risulta però che ovunque a pagare di più sono comunque le donne, a subire gli effetti economici negativi sono loro, più colpite nei paesi mediterranei e conservatori rispetto alle nazioni scandinave e socialdemocratiche con welfare funzionanti. Ma chi è la donna ad alto rischio di separazione? I risultati di una ricerca dicono che sono quelle nate nei decenni più recenti, con esperienze di divorzio in famiglia, che si sono sposate giovani col rito civile, vivono al centro e al nord, hanno un titolo di studio e un esperienza di convivenza prematrimoniale. Una volta separate solo un quarto forma una nuova coppia. Se vive al nord e senza figli ha il doppio di probabilità di una coetanea del centro, cinque volte di più di una con bambini che vive al sud. I figli di separati, secondo un'altra indagine presentata al convegno, hanno un approccio alla vita meno idealista e più pragmatico rispetto ha chi ha i genitori uniti. Sono ragazzi con una maggiore propensione alla convivenza ma non rifiutano il matrimonio, vissuto come una seconda tappa come se avessero elaborato e non subito l'esperienza dei genitori. E di casa escono non per sposarsi ma per andare a convivere, studiare o semplice desiderio di autonomia.

(Repubblica.it, 21 settembre 2007)

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Comments:
Magari sarebbe oppurtuno che questo ridicolo denigratorio nei confronti dell'uomo non tiene conto che se l'uomo torna a casa è perché la casa che si è faticoasamente comprato, spesso con un quantitatitivo di soldi maggiore rispetto alla moglie, gliel'ha ribata quella puttana dell'ex moglie che se la tiene, grazie a qulche giudice-magnaccia, anche se non ha nessun titolo di proprietà su di essa e questo usando i figli come strumento per questa sottrazione legalizzata.
Quanto al fatto che le donne soffrono più la seprazione non sarebbe certo inopportuno far notare come se la donna peggiora la sua situazione è perché, sul mercato del lavoro vale meno dell'uomo anche perché spesso, parassitariamente, vive sulle sue spalle senza uno straccio di dignità.
 
Il commento dell'anonimo si commenta da sé. Visto l'uso che fa (a sproposito) di termini come "puttana" e "magnaccia", pare che dell'argomento se ne intenda.
 
Esatto.
Studio diritto di famiglia e farò una tesi in questa disciplina.
Ma vedo che non hai commenti da fare
 
... non hai capito la battuta (l'"argomento" era riferito a puttane e magnacci...). Visto che studi diritto, vedi di concentrarti meglio nello studio. Quella "puttana" della ex-moglie, in caso di separazione, e solo se le vengono affidati i figli (minori o maggiorenni non ancora economicamente auto-sufficienti), ha diritto all'abitazione (non alla proprietà) ex art.155 comma 4 del codice civile, e non grazie a quei "magnacci" dei giudici!.

Inoltre, che la donna "sul mercato del lavoro vale meno dell'uomo" è una tua opinione. In realtà ad uguale lavoro le donne percepiscono mediamente compensi inferiori all'uomo.

Infine, che le casalinghe (penso ti riferisca ad esse)vivano "parassitariamente" alle spalle del marito non so da quale testo di diritto l'hai desunto. Sta di fatto che non solo la dottrina ma anche la giurisprudenza è ormai orientata al pieno riconoscimento del lavoro domestico (e di cura), giungendo fino a considerarlo un'attività "suscettibile di valutazione economica". D'altronde, se tu dovessi utilizzare una colf per le faccende domestiche e una badante per accudire i tuoi genitori anziani, dovresti pagarle: le mogli fanno tutto questo e altro, e non sono pagate.
 
Allora, innanzitutto non è un diritto di abitazione ma molto di più, quasi simile all'usufrutto, pur senza esserlo.
Inoltre è vergognoso che un non proprietario abbia più diritti su una proproetà di un proprietario.
Mi spieghi cosa se ne fa uno di una proprietà con pagamenti annessi se quella cosa viene goduta dalla ex moglie dai figli e dal nuovo uomo della ex, cioè tutti non proprietari?
E non parliamo di pochi anni ma spesso anche di decenni.
La cosa è assolutamente vergognosa.
Voi donne vi lamentate di soprosi ben minori.
La proprietà deve andare ai proprietari e se condivsa ma venduta!
Questa è giustizia.
Volete affrancarci dal ruolo di madri per entrare giustamente nella società come individui ma questo significa anche rinunciare a tutti i vantaggi che da l'essere donna.
 
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