9.3.08
Un otto marzo di lotta a Milano
Presidio al supermercato Esselunga di viale Papiniano
Molte delle donne che hanno manifestato ieri, 8 marzo, avevano un adesivo sul petto. Un cerchio rosso di divieto con su scritto: «Io non compro all'Esselunga». Al gruppo della grande distribuzione le donne dell'8 marzo milanese contestano il mobbing ai danni di una cassiera e le portano la loro solidarietà, di genere e di classe. La lavoratrice, in attesa del cambio per andare in bagno, non ha resistito e ha fatto pipì alla cassa. Nei giorni successivi ha sporto denuncia anche per essere stata malmenata negli spogliatoi.
Proprio davanti all'Esselunga di viale Papiniano ieri pomeriggio oltre un centinaio di rappresentanti dei collettivi femministi (Mai state zitte; Le strie; Donna Proletaria) e del movimento antagonista (anarchici, giovani dei centri sociali, singoli rivoluzionari[1]) hanno inscenato una manifestazione, presidiando dall'esterno ed entrando in massa nel supermercato, gridando slogans, suonando e cantando a squarcia gola (anche l'Internazionale), semi-paralizzando di fatto l'attività del super per circa due ore.
Finalmente un vero 8 marzo di lotta!
Riproduciamo, per la sua esemplarità, il testo del volantino distribuito e affisso in zona dalle compagne di Donna Proletaria, in questa bella occasione.
<<Un 8 marzo di lotta, contro la violenza padronale e familiare, per l'Autonomia Femminile!
Salta all'occhio, dopo l'aggressione a Giovanna(1), che l'Esselunga, - come si vanta il suo patron Caprotti - è proprio una ‘famiglia' con le carte in regola, e come nelle famiglie patriarcali con le carte in regola, che puniscono le donne per motivi d'onore, anche la sua ‘famiglia aziendale' punisce le lavoratrici, per motivi d'onore e dis-affezione. Giovanna, la cassiera, ha infranto la regola di vita della famiglia-Esselunga, lavorare sempre, senza distrazioni, tantomeno andare al cesso sul lavoro, in più ha infranto anche le regole di buona creanza della famiglia, perché ha fornito non un bel faccino sorridente ai consumatori che vogliono consumare in pace, ma l'orrida visione di un malessere, di una pipì in cassa.
Ha infranto le regole, Giovanna - 15 gg di malattia per una cistite - si sa che la malattia è furto del tempo aziendale e soprattutto se ne è fregata dei ‘sentimenti' dell'azienda, che vieta la simpatia per il sindacato. Un'offesa personale per il patriarca Caprotti, che crede le lavoratrici tutte sue e pretende - come nell'harem - che abbiano relazioni solo con lui, spiritualmente sempre presente, e materialmente incarnato nei suoi scagnozzi. Ci pensano loro a far funzionare "l'harem-aziendale" premiare le ‘brave' e punire le ‘cattive'. Con la ‘tortura' delle 7 ore, la permanenza in cassa senza rotazione, il reparto ‘confino', l'angoscia dell' ‘esubero', il ricatto dei turni, dei permessi, delle ferie e del declassamento. E per chi non capisce che il patriarca è il Caprotti, oltre alle torture rituali, c'è l'aggressione maschilista vigliacca e l'inquisizione papalina, la tortura dell'acqua, la testa ficcata nel water, la vendetta del Logo per stroncare ogni resistenza delle lavoratrici attraverso l'azione paralizzante della violenza e della paura.
Come è chiaro il legame tra violenza padronale e familiare!
Caprotti orgogliosamente dichiara che la sua Esselunga è una famiglia, di cui come patron, è il patriarca. Per non perdere la mission-familiar-aziendale, il massimo di profitto, usa la più bieca violenza contro le lavoratrici per terrorizzarle, obbligarle alla passività, spogliarle della loro dignità e dei diritti sindacali conquistati con decenni di lotte, onde eliminare ogni conflittualità di classe che farebbe traballare la sua bella ‘famiglia' in cui ha potere assoluto. Che somiglianza con la mission familiare del maschio violento, usare la violenza per terrorizzare e obbligare la donna a reggere tutta quanta la famiglia, una istituzione che non ha ormai più alcuna base economica produttiva, che è solo oppressiva, soffocante, alienante per la donna, ma che assicura i privilegi del potere riservati dal patriarcato al sesso maschile.
Questo 8 marzo, segna la fine del ‘silenzio', del rito della mimosa, di tutti i comportamenti femminili passivizzanti, è un 8 marzo di lotta in tutta Italia, una sonora risposta a tutte le forze reazionarie che ci stanno attaccando sul piano dei diritti, della dignità personale e lavorativa.
Questo 8 marzo è all'insegna dell'Autonomia Femminile, PASSARE ALL'ATTACCO, AUTO-ORGANIZZARSI in Sommosse, il Movimento delle Donne che non delegano altro che a se stesse la loro vita, organizzarsi in Sommosse, il ruggito della Leonessa contro il marciume capitalista che vuole risolvere la sua crisi sistemica sulle nostre spalle!
BOICOTTARE L'ESSELUNGA E OGNI SUPERMERCATO, GRANDI MAGAZZINI O NEGOZI IN CUI VIENE CALPESTATA LA DIGNITA' DELLE LAVORATRICI!
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(1) Lo sapevo che me l'avrebbero fatta pagare. Il racconto di Giovanna (nome di fantasia). "Giovedì, alle 16.30, ero appena andata in "pausa". Sono scesa nel nostro locale spogliatoio, mi sono seduta sulla panchetta e stavo frugando nella borsa per trovare qualcosa. Ho sentito una mano che mi afferrava da dietro e mi tirava su peri capelli «Avrei voluto urlare. Ma mi è stato messo qualcosa sugli occhi e un tampone, un pezzo di stoffa in bocca. Non riuscivo più a parlare e a vedere niente. Ho solo capito che si trattata di un uomo, una persona molto forte, più alta di me, ho pensato che stava per ammazzarmi. Mi ha trascinato con la forza dentro all´antibagno, ha cominciato a picchiarmi, mi sbatteva la testa sugli armadietti con violenza. Mi ha preso a calci, a spintoni, a pugni. Mi diceva, "hai parlato troppo" e picchiava. Giù un colpo e diceva: "Questo è da parte di..". Un altro colpo e "Questo è da parte di.." Ho cercato di graffiarlo. Ho anche pensato che se mi ammazzava almeno mi sarebbero rimaste tracce del suo Dna sotto le unghie. E gli ho morso un dito, ma ho sentito che aveva guanti di plastica. Quando mi ha costretto a mettere la testa nel water ho perso conoscenza, non ricordo più nulla. Pensavo ai miei due bambini e avevo il terrore di lasciarli per sempre». Sono rimasta sul pavimento davanti al water. Una collega mi ha trovato così, svenuta. Ho aperto gli occhi e ho visto il direttore della filiale che mi carezzava(!) e mi chiedeva "Perché mi fai questo?"(!!) Contusioni, distorsioni, ecchimosi, tumefazioni, trauma cranico. Ho terrore per me e i miei figli, paura delle conseguenze sul piano lavorativo, ma senza il mio stipendio la famiglia crolla. Non cercherò un'altro lavoro, resterò al mio posto e lotterò per la verità e i miei diritti'.>>
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[1] Davanti alle casse, con cappello, sciarpa rossa e megafono, anche Oreste Scalzone, il rappresentante di Autonomia operaia ritornato in Italia nel 2007 dopo la caduta in prescrizione dei reati di associazione sovversiva e banda armata per cui era stato condannato.
Etichette: 8 marzo, autonomia femminile, lotte, mobbing
24.1.08
Autodifesa della vita: l'ultima parola è la nostra!
Proposta alle compagne milanesi per un 8 marzo non rituale
Con gonnelloni o pantaloni, porporati o ingrigiti, inginocchiati o daipulpiti, sono sempre uomini a pontificare sui nostri corpi. Quelli che appoggiano le guerre e i massacri in nome dello "scontro di civiltà", che accettano e giustificano l'inquinamento, le produzioni nocive e le morti sul lavoro come "effetti collaterali" del profitto e del progresso, sono gli stessi che non dicono una parola sulla violenza contro le donne in famiglia ma forti anche delle complicità di alcune donne di potere additano come assassine le donne che scelgono di interrompere gravidanze non desiderate. Questi feti-cisti farneticano di seppellimenti di feti, cimiteri di feti, feti-cyborg tenuti in vita a forza: mucchietti di cellule inconsapevoli vengono così resi portatori di diritti che poi non sono garantiti a donne e uomini adulte/i e consapevoli. (Riceviamo, approviamo e pubblichiamo)
Il vero assillo di questi feti-cisti è il controllo delle nostre sessualitàe possibilità riproduttive. Ciò che ipocritamente chiamano "difesa dellavita" è in realtà uno strumento ideologico di controllo e di repressione delle pratiche di autodeterminazione delle donne, così come la violenzafemminicida diventa un pretesto per sdoganare politiche securitarie e razziste e tenere le donne imprigionate fra le mura domestiche, riducendoci a soggetti da "proteggere".
Ci vorrebbero terrorizzare o criminalizzare per gestire le nostre vite, perridurre le possibilità di scelta e di movimento, per addomesticarci.
L'assemblea delle donne di Roma ha stabilito una due giorni di confronto (23-24 febbraio) e la costruzione di mobilitazioni in tutte le città per l'8marzo.
Proponiamo di costruire un'iniziativa di piazza a Milano che continui il percorso aperto dal corteo del 24 novembre scorso, in cui come donne abbiamo gridato la nostra VERA "difesa della vita" e la nostra VERA sicurezza: l'AUTODIFESA DELLA VITA.
In un contesto in cui la precarietà non è solo lavorativa ma è ormai unacondizione di vita, dove la famiglia rappresenta al contempo una gabbia femminicida e spesso il solo ammortizzatore sociale, rendere pubbliche lenostre pratiche di AUTODIFESA DELLA VITA ci sembra uno strumento politicoefficace non solo per demistificare le ipocrisie ma anche per valorizzare i percorsi di autonomia reale delle donne che hanno scelto di rompere colvittimismo e con le complicità col dominio patriarcale.
Proponiamo, quindi, un'iniziativa pubblica per l'8 marzo che non si riduca a un rituale né semplicemente ad una manifestazione, ma che sia un'occasioneper rendere pubbliche le nostre denunce e pratiche politiche in difesa della qualità della vita: in poche parole manifestare la nostra AUTODIFESA DELLA VITA, che accomuna il nostro agire politico nel quotidiano coi percorsi delle donne nelle lotte territoriali contro guerre e nocività: No Tav, NoDal Molin, ecc. - e con le pratiche di rottura delle complicità e delle logiche di rappresentanza.
Vorremmo individuare insieme degli obiettivi e trovare modalità comunicative per presentare i nostri punti di forza, cioè nel mostrare positivamente i nostri percorsi e l'autonomia degli stili di vita che pratichiamo, esplicitando le nostre strategie di resistenza a tutte le forme di prevaricazione e di negazione del diritto di autodeterminazione e di scelta, in famiglia, nel lavoro, nella vita.
Invitiamo le compagne interessate a questo percorso a partecipare ad una riunione lunedì 28 gennaio, alle 21 (puntuali), c/o CDM, corso Garibaldi 91, MM2 Moscova (citofonare Collettivi Donne Milanesi), per un primo momento di confronto.
Collettivo femminista Maistat@zitt@ (Milano)
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14.1.08
Roma: l'assemblea nazionale delle donne del 12 gennaio
«Legge 194, niente passi indietro». Le femministe snobbano Ferrara
«Papa, Veltroni e antiabortisti, non fatevi illusioni». Ieri a Roma l'assemblea delle donne. Per l'8 marzo preparano iniziative in tutta Italia (Daniela Preziosi)
Roma. Il bilancio della manifestazione nazionale contro la violenza degli uomini sulle donne, lo scorso 24 novembre nella capitale, è più che positivo. La «cacciata» delle ministre dalla piazza è stato un gesto «di lotta e di autodifesa» per conservare protagonismo e autonomia. Le prossime mosse saranno due giorni di approfondimenti tematici, il 23 e il 24 a Roma, poi un 8 marzo da celebrare con iniziative specifiche in tutte le città. Ieri l'assemblea nazionale delle donne e delle lesbiche (questa è la definizione che viaggia negli interventi) era convocata nella storica sede della Casa internazionale delle donne. In una sala troppo piccola però, e francamente non si capisce il motivo di tanta stitichezza di spazi. Sono arrivate in trecento, da tutta Italia, soprattutto giovani e giovanissime, per discutere di patriarcato, di autodeterminazione e di come trasformare «un movimento carsico» in un riferimento politico permanente. Forse il sito http://www.controviolenzadonne.org/, che finora ha fatto da collettore per tutte, si doterà di una mailing list, forse si sperimenteranno nuove forme attraverso la rete per raggiungere le donne che non c'erano il 24 novembre in piazza (ma che, in molte hanno testimoniato, si sono ugualmente sentite coinvolte dalla radicalità di quell'evento).
Fatto sta che fra le tante urgenze, ieri, quella di rispondere all'attacco alla legge 194 sferrato dal Vaticano e dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara - che ieri nelle stesse ore consumava il suo blitz in una riunione del Pd - era la meno sentita. Non perché non si intenda vigilare sul diritto di aborto - anche se la difesa della 194 non è una priorità negli interventi delle lesbiche - ma perché, hanno ripetuto molte, «non ci facciamo dettare la nostra agenda da Ferrara». Piuttosto che produrre comunicati ad uso e consumo del circo mediatico, queste donne stanno svolgendo inchieste regione per regione sullo stato dei consultori.
Nel dibattito non sono mancati i momenti emozionanti. Come quando Linda, del centro Alma Sabatini, 88 anni, ha lentamente attraversato la siepe delle ragazze sedute per terra per raggiungere Nicole, ragazzina ribelle decenne [di Milano], lì con la nonna, «noi due insieme facciamo cento anni di femminismo». O quando la filosofa e memoria storica delle donne Lea Melandri ha spiegato di aver «riconosciuto» come «simili» le pratiche radicali delle più giovani. Forse anche nell'eccesso di autorganizzazione e in una qualche refrattarietà alle alleanze, che potrebbe trasformarsi in un limite per quest'alba di movimento. Queste donne si prendono tutto il loro tempo per pensarci su. Nel frattempo si vedranno alla 'laica frocessione' all'università la Sapienza di Roma durante la visita di papa Ratzinger, dove sarà accolto dal sindaco Veltroni e dal ministro Mussi. E alla manifestazione No Vat(icano) del prossimo 8 febbraio.
(il manifesto, 13.1.08)
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- V. le relazioni delle delegate di Milano, Torino e Gorizia-Monfalcone
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4.3.07
Viva l'8 marzo!
di lotta femminile, proletaria e rivoluzionaria!
Nel marzo 1857, a New York, centinaia di operaie tessili avevano scioperato per protestare contro i bassi salari, contro il lungo orario di lavoro, contro il lavoro minorile e le inumane condizioni di lavoro. Le stesse fonti parlano anche di una forte repressione da parte della polizia e fanno risalire al 1859 la costituzione di un sindacato delle operaie tessili.
Nel 1889, iI primo Congresso della Seconda Internazionale Socialista a Parigi approvò il principio del diritto alle donne ad avere una retribuzione pari a quella degli uomini.
Le proteste dei lavoratori americani per la giornata lavorativa a 8 ore, che segnarono il primo decennio del XX secolo, ebbero come protagoniste anche le donne. In questo quadro si colloca uno sciopero del 1908, quando le lavoratrici delle sartorie sfilarono a New York anche per il diritto al voto e contro il lavoro minorile. Le lotte proseguirono fino al 1909, quando venne celebrata negli Stati Uniti la prima Giornata nazionale delle Donne, fissata per il 28 febbraio. Quella Giornata fu ricordata fino al 1913 nell’ultima domenica di febbraio, affinché non si sovrapponesse ad una giornata feriale che avrebbe causato la perdita dell’orario di lavoro.
Sempre nel 1909, le operaie tessili della fabbrica nuovaiorchese “Triangle Shirtwaist Company”, che produceva le camicette alla moda di quel tempo, le “shirtwaist” appunto, cominciarono uno sciopero, pare scegliendo l’8 marzo come data di avvio della protesta. La lotta, dopo diversi azioni brutali e repressive da parte della polizia e dopo una lunga trattativa, terminò il 24 dicembre 1910 con il “Protocollo di Pace”, nel quale venne riconosciuto il diritto a regole per l’orario ed il salario.
Il 19 marzo 1911 si tenne la prima celebrazione della Giornata Internazionale della Donna in Europa. Quel giorno non era stato scelto a caso: il Segretariato internazionale delle donne socialiste su iniziativa delle delegate tedesche (Clara Zetkin in testa), il 29 agosto del 1910 a Copenaghen, in occasione della Seconda Conferenza delle donne dell’Internazionale Socialista, l’aveva indicato per ricordare che in quella data, durante l’insurrezione del 1848, un re - Guglielmo I di Prussia - aveva dovuto per la prima volta nella storia scendere a patti con un popolo in rivolta e fare la promessa (poi rimangiata) di estendere il voto alle donne. In quella occasione si propose anche il diritto universale al voto, differente dal voto per censo chiesto dal movimento britannico delle suffragette, e il riconoscimento dell’indennità di gestazione anche alle donne non sposate. Il 19 marzo 1911, un milione di donne marciò per le strade di Svizzera, Austria, Danimarca e Germania, chiedendo il diritto al voto, la fine della discriminazione sessuale per le cariche pubbliche ed il diritto alla formazione professionale. Il movimento divenne universale, e nel 1913 le donne americane decisero di far coincidere la loro festa nazionale con quella individuata dall’Internazionale Socialista.
Alla fine del mese di marzo dello stesso anno, a New York, più di 100 operaie(1) della fabbrica tessile “Triangle Shirtwaist Company” (di cui molte italiane), rimangono uccise in un incendio. I proprietari della fabbrica, che al momento dell’incendio si trovavano al decimo piano e che tenevano chiuse a chiave le operaie per paura che rubassero o facessero troppe pause, si misero in salvo e lasciarono morire le donne. Il processo che seguì li assolse e l’assicurazione pagò loro 445 dollari per ogni operaia morta: il risarcimento alle famiglie fu di 75 dollari. Quell’incendio segna una data importante, anche se non è da esso, come erroneamente riportato da alcune fonti, che trae origine la Giornata della donna. Migliaia di persone presero parte ai funerali delle operaie uccise dal fuoco. Fu quel fatto tragico comunque che portò alla riforma della legislazione del lavoro negli Stati Uniti e che rafforzò nel tempo la Giornata della Donna istituita l’anno prima. (Narra la leggenda che sulla tomba delle operaie morte fossero fiorite poco dopo la loro sepoltura delle mimose).
L’8 marzo, giornata di lotta femminile
La vera e propria ricorrenza dell’8 marzo nasce ufficialmente per ricordare la prima manifestazione delle operaie di Vyborg (Pietrogrado) dell’8 marzo 1917 (2) che diede l’avvio alla rivoluzione di febbraio: nel giugno del 1921 la Seconda Conferenza Internazionale delle donne comuniste, che si tenne a Mosca nell’ambito della Terza Internazionale, adottò formalmente quella data come “Giornata Internazionale dell’Operaia”. Questa data diventerà simbolica per il movimento di lotta delle donne di tutto il mondo.
Fonti:
- Tilde Capomazza e Marisa Ombra: "8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna". Ed. Utopia, Roma, 1991.
- Mirco Volpedo, "8 marzo". Erga Edizioni, Genova, 2006.
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(1) A seconda delle fonti 129 o 146.
(2) L’8 marzo (23 febbraio) 1917. Le operaie tessili di Vyborg entrano spontaneamente in sciopero e chiedono agli operai metallurgici il loro appoggio: in breve si arriva a 90.000 scioperanti, che danno vita a manifestazioni, comizi e scontri con la polizia. Le proteste e le manifestazioni dilagano nel paese.
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- V. Manifestazione in Iran per l'8 marzo
- V. 8 marzo: il mito delle origini
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