7.3.08
Oltre un miliardo di donne al lavoro, ma i diritti sono ancora un miraggio
Molte confinate in settori con bassa produttività, paga ai minimi e prive dei diritti elementari. Nei paesi meno sviluppati una quota elevata costretta a rimanere fuori dal mercato. Cresce il livello di istruzione. L’allarme lanciato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. (Federico Pace)
Sono un miliardo e duecento milioni le donne che lavorano nel mondo. Un numero che negli ultimi dieci anni è cresciuto quasi del venti per cento. Ma per lo più sono confinate nei settori meno produttivi, sopportano i maggiori rischi economici e sono ancora molto lontane da un lavoro decente. Private dell’accesso alla protezione sociale e ai diritti fondamentali. E, anche se cresce il livello di istruzione e si riduce il gap in alcuni indicatori, rimane immutata la proporzione delle donne occupate (quaranta per cento del totale della forza lavoro). Sono questi i principali risultati del rapporto “Le Tendenze Globali dell'Occupazione Femminile” presentato oggi dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Dal 1997 a oggi il numero delle donne al lavoro è cresciuto di 200 milioni di unità. Nello stesso periodo è aumentato, in minore misura, anche il numero delle disoccupate: oggi sono 81,6 milioni. Il tasso di disoccupazione femminile è sceso al 6,4 per cento mentre quello della componente maschile è ancora inferiore e pari al 5,7 per cento (vedi tabella).
Gli impieghi vulnerabili
Più donne al lavoro quindi, ma per la gran parte di loro i problemi restano. Soprattutto se si guarda ai settori in cui sono attive e ai diritti di cui godono. "Le donne continuano ad entrare nella forza lavoro in gran numero. Questo progresso non deve tuttavia far passare inosservate le grandi ingiustizie che continuano ad esistere nei posti di lavoro di tutto il mondo" ha detto il direttore generale dell’ILO Juan Somavia. Nell'ultimo decennio è scesa, dal 56,1 per cento al 51,7 per cento, la quota di donne impiegate in posizioni vulnerabili (vedi tabella), dove lavorano per qualche familiare o in proprio, non sono stipendiate e molto probabilmente non sono indipendenti economicamente. Un fenomeno che rimane diffuso soprattutto nelle regioni più povere del mondo.
Il miglioramento di questi ultimi anni ha lasciato una quota ancora troppo elevata in posizioni di disagio e incertezza. Con percentuali che superano l'ottanta per cento in aree come l'Africa Sub -Sahariana e l'Asia del Sud. "Il posto di lavoro ed il mondo del lavoro – ha detto Somavia - sono fondamentali per il raggiungimento delle pari opportunità e per l'avanzamento delle donne nella società. Promuovendo il lavoro dignitoso per le donne, le società si rafforzano e si sostiene il progresso economico e sociale".
Lavoro decente precondizione sviluppo economico
L’obiettivo, per gli autori del rapporto, deve essere quello di dare a tutte le donne un impiego decente. Questo obiettivo va considerato anche come la precondizione per lo sviluppo economico. Le aree dove si è registrata una significativa crescita economica sono quelle con la più elevata partecipazione femminile al lavoro, i più bassi tassi di disoccupazione e i minori gap in termini di distribuzione nei settore di impiego. Il coinvolgimento delle donne all’interno dell’occupazione può dare quindi il giusto impulso allo sviluppo economico, solo se esse non rimangono confinate in lavori poco remunerati e con una bassa produttività.
"L'accesso ai mercati del lavoro e ad un’occupazione dignitosa è cruciale per realizzare pari opportunità," ha spiegato Evy Messell, direttrice dell'Ufficio dell'ILO per le pari opportunità, "tuttavia le donne devono superare ancora molti ostacoli discriminatori quando cercano un lavoro. Le società non possono permettersi di ignorare il potenziale del lavoro femminile per la riduzione della povertà e devono cercare metodi innovativi per abbattere le barriere economiche, sociali e politiche. Fornire alle donne una base di uguaglianza nel mondo del lavoro non solo è eticamente giusto, è anche un investimento intelligente nel lungo termine".
La libertà di scelta
Ad oggi, per ogni dieci uomini occupati, ci sono sette donne che lavorano e il rapporto fra occupazione femminile e popolazione, il valore che svela in che misura le economie sono in grado di trarre beneficio dal potenziale produttivo della popolazione in età lavorativa, è del 49,1 per cento (mentre per gli uomini è del 74,3 per cento). Se è vero, sottolineano gli autori del rapporto, che non tutte le donne vogliono lavorare, è certo che a tutte deve essere data l’opportunità di scegliere se lavorare o meno. E se esse scelgono di lavorare, deve essere data loro l’opportunità di scegliere lavori che remunerano e con gli stessi diritti dei loro colleghi uomini.
TABELLA: Dal 1997 a oggi
TIPO DI IMPIEGO: Salariate e vulnerabili
(Repubblica.it, 7.3.08)
Etichette: differenza di genere, discriminazione, donne lavoratrici, lavoro, salari
29.2.08
La condizione dell'operaia
La Fiom Cgil ha ascoltato 100 mila lavoratori (non solo operai, anche impiegati). Ne è scaturita un'inchiesta imponente sulle condizioni di vita e di fabbrica. Dall'emergenza salariale a quella sulla salute e sicurezza, dall'orario all'organizzazione del lavoro. Se in media un operaio guadagna 1.170 euro, un impiegato ne percepisce 1.370. Una donna su tre guadagna meno di mille euro. Il 40% degli intervistati ritiene che la propria salute sia stata compromessa a causa del lavoro. (Davide Orecchio)
Il presente dell'operaio sono 1.170 euro in busta paga. Un reddito familiare complessivo di poco superiore. Un lavoro ripetitivo, rigido e monotono allo stesso tempo, con pochi margini di autodeterminazione. Condizioni di sicurezza e salute precarie: che non vuol dire solo rischiare un incidente, ma anche consumare il corpo giorno dopo giorno in mansioni logoranti e ambienti di lavoro dei quali percepisce la nocività. Il presente è anche una transizione in cui gli elementi tayloristici del lavoro di fabbrica (autoritarismo, gerarchia, fissità e ripetitività del lavoro) si intrecciano coi tratti del post-fordismo (adesione ai processi qualitativi ma anche insicurezza, flessibilità e precarietà tipiche dell'era del just in time) in un meticciato industriale che frastorna. E il futuro? E' un lento ma inesorabile scadimento: il 60% dei lavoratori metalmeccanici non pensa che a 60 anni riuscirà a sopportare fisicamente il proprio lavoro. E uno su tre è convinto che entro due anni lo perderà del tutto: dunque un futuro che in realtà non c'è proprio.
Se poi la tuta blu l'indossa un ragazzo, o una donna, o un immigrato - tutto peggiora: meno soldi e meno carriera, un contratto precario, rischi di molestie e soprusi. Scattata da un'indagine imponente presentata dalla Fiom il 29 febbraio a Torino (qui i dati più importanti, mentre sul sito dei metalmeccanici si può scaricare la ricerca integrale), questa è l'immagine di 100 mila lavoratori (non solo operai, anche impiegati). Una foto di gruppo che sta a metà tra il reale e il percepito, un "come siamo e come ci vediamo" che toglie di mezzo - se ce ne fosse ancora bisogno - il luogo comune sull'estinzione di Cipputi. Due milioni di donne e uomini, in Italia, lavorano infatti nel settore, dalle grandi fabbriche alle piccole aziende artigiane. E hanno mille problemi. Chi li risolverà? Presentando l'inchiesta, il segretario generale della Fiom Cgil Gianni Rinaldini ha spiegato che la soluzione, per il sindacato, dev'essere innanzitutto il ritorno in fabbrica per "ricostruire un'iniziativa sindacale sulle condizioni di lavoro ragionando a tutto campo anche sulle forme della rappresentanza''. ''Dalla ricerca - ha detto Rinaldini - emerge una crisi della contrattazione sulle condizioni di lavoro che in questi anni sono peggiorate". Per il segretrario della Fiom "in particolare nelle grandi fabbriche il meccanismo delle Rsu taglia fuori dalla rappresentanza interi cicli della produzione", e dunque occorre "una rappresentanza piu' aderente al ciclo produttivo''.
I dati: il salario
Come si diceva, l’inchiesta si basa su circa 100.000 questionari compilati dai lavoratori di oltre 4.000 imprese, su tutto il territorio nazionale e in tutti i comparti del settore. Circa la metà degli intervistati (44,6%) non è iscritta ad alcun sindacato. La Fiom ci tiene a sottolineare che "un numero tanto elevato di risposte rappresenta un risultato importante che rende questa inchiesta quasi unica per dimensione e dettaglio di analisi". Hanno infatti risposto al questionario circa 70.000 operai e 30.000 tra impiegati, tecnici e coordinatori, oltre 3.000 migranti, 20.000 donne, 10.000 precari, quasi 35.000 lavoratori con meno di 35 anni. Il sindacato evidenzia la "condizione di profondo malessere" che emerge dall'indagine. E il disagio principale è, naturalmente, quello economico: il 30% della categoria ha un reddito mensile inferiore ai 1.100 euro. Se in media un operaio guadagna 1.170 euro, un impiegato ne percepisce 1.370. Esigui i margini di miglioramento con l'anzianità: "la differenza tra un operaio con più di 45 anni - si legge nell'indagine - e uno che ne ha meno di 35 è di appena 100 euro al mese". Una donna su tre, inoltre, non arriva a 1.000 euro al mese: "I redditi più bassi - prosegue la Fiom nel suo rapporto - sono quelli delle lavoratrici e dei lavoratori precari, che nel 60% dei casi non superano i 1.100 euro al mese. Va detto che ben il 10% degli intervistati ha un contratto di lavoro precario, percentuale che sale tra chi ha meno di 35 anni (16%) e in generale tra le donne: tra le operaie con meno di 35 anni una su cinque (21%) ha un contratto di lavoro precario". Difficoltà economiche che si ripercuotono pesantemente sul reddito familiare (soprattutto al sud, dove oltre la metà delle famiglie si mantiene con un solo stipendio). Se il 41% dei nuclei familiari dei metalmeccanici non supera i 1.900 euro al mese, nelle famiglie con tre e quattro persone il reddito pro capite è tra i 700 e i 500 euro al mese.
Orari e organizzazione del lavoro
"Un intervistato su quattro (26,3%) - si legge nell'inchiesta - lavora più di 40 ore a settimana; circa la metà (48%) vorrebbe lavorare meno ore e soltanto una piccolissima minoranza (6%) è disponibile ad aumentare ancora l’orario di lavoro". Inoltre "per la maggior parte degli intervistati - tanto più tra le donne - il lavoro è ripetitivo (65%) e molto parcellizzato (atti e movimenti ripetitivi durano anche meno di 30 secondi), monotono (53%) e con ritmi di lavoro elevati (51%), dettati soprattutto da obiettivi di produzione, ma spesso anche dalla velocità di una macchina e dal controllo dei capi". Un operaio su quattro dichiara di non poter fare una pausa quando ne sente il bisogno. Dunque una "condizione tipicamente taylorista" - tira le somme la Fiom - in cui "si sovrappone - e non si sostituisce - l’aggravio di fatica e di responsabilità determinato dagli elementi legati alle richieste di qualità, così che i lavoratori oltre alle asprezze e alle monotonie del taylorismo subiscono anche le pretese e i rischi del postfordismo". Infatti gli intervistati dichiarano in maggioranza che "il loro lavoro comporta il rispetto di procedure di qualità (87%), l’autovalutazione della qualità (73,4%), la soluzione autonoma di problemi imprevisti (67,2%), l’apprendimento di nuove nozioni (64,5%)".
Emergenza salute e sicurezza
Gli operai denunciano di essere esposti a rumori molto forti (56,5%), vibrazioni (50,3%), vapori polveri e sostanze chimiche (43,3%), ma anche a movimenti ripetitivi di mani e braccia (68%) e a posizioni disagiate che provocano dolore (32%). E le condizioni peggiorano per le donne (anche le impiegate): un dato rilevante raccolto dalla Fiom è che ben il 93% delle operaie di terzo livello nella produzione di massa (auto, moto, elettrodomestici) dichiarano di essere sottoposte a movimenti ripetitivi di mani e braccia. Sono molti gli operai che dichiarano come nel proprio lavoro sia molto alto il rischio di farsi male (20%), di fare male ai colleghi (12%) o contrarre malattie (17,3%). Secondo la Fiom "i dati mostrano irrevocabilmente che questi rischi aumentano linearmente con l’orario di lavoro e in particolare oltre le 40 ore". Dall'inchiesta emerge anche che un operaio su cinque (20%) non è soddisfatto delle informazioni ricevute sulla sicurezza e soltanto il 47% ha avuto contatti con il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. "Soltanto il 58% degli operai - afferma la Fiom - considera il proprio posto di lavoro a norma, cioè dotato delle protezioni necessarie per lavorare in sicurezza. Nella siderurgia è addirittura un operaio su tre (68%) a ritenere che nel proprio posto di lavoro non siano garantite le norme minime di sicurezza". Il 40% degli intervistati ritiene che la propria salute sia stata compromessa a causa del lavoro. I disturbi più diffusi sono quelli muscolo-scheletrici (il 40,2% ha dolori alla schiena; il 34,2% a spalle e collo; il 30,8% a braccia e mani; il 25% alle gambe). Il 23,5% degli operai - inoltre - ha problemi di udito, il 27,8% denuncia tensione e stanchezza, ma anche irritabilità (21,5%), ansia (19%), insonnia (14,2%) e dolori allo stomaco (12%). "Gli impiegati - sottolinea infine l'inchiesta – lamentano soprattutto una condizione generale di stanchezza (27%) e disturbi agli occhi e alla vista (27%), ampiamente legati all’utilizzo continuativo del computer.
(tratto da www.rassegna.it, 29 febbraio 2008)
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20.11.07
300€ per 8 ore di lavoro al giorno!
Per queste cifre 8 donne lavoravano in un calzaturificio-fantasma di Barletta (una di loro ha 15 anni). Stesse violazioni a Canosa (Bari). La Gdf denuncia i due titolari.
Per queste cifre otto donne lavoravano in un calzaturificio-fantasma di Barletta: una di loro ha solo 15 anni. Altre sette donne lavoravano invece in un laboratorio tessile di Canosa di Puglia: anche qui una delle lavoratrici è minorenne.I due laboratori sono stati scoperti dalla guardia di finanza: i titolari delle due aziende, del tutto sconosciute al fisco, sono stati denunciati per impiego di manodopera minorile, violazioni delle leggi in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, igiene e prevenzione incendi, oltre che per evasione fiscale.
(La Gazzetta del Mezzogiorno, 19/11/2007)
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Se 1.000 euro vi sembran poche...
Cgil, 7,3 mln lavoratori sotto 1000 euro. Rapporto Ires, di questi 5 milioni sono donne
Per 7,3 milioni di lavoratori dipendenti in Italia la busta paga non arriva a mille euro netti al mese. E' quanto emerge dal rapporto Ires sui salari presentato oggi in Cgil secondo il quale 5 milioni di questi lavoratori con busta paga leggera sono donne. Se si considera il tetto di 1.300 euro sono invece 14 milioni i lavoratori dipendenti che non riescono a sorpassarlo.
(Ansa, 19/11/07)
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Sei donne su dieci a casa; una su quattro precaria
Quando avremo un "pacchetto sicurezza" per le donne?
Circa la metà dei 425mila nuovi posti è a termine. Il lavoro reale delude per precarietà e scarse retribuzioni e si aggrava il divario uomini-donne, Nord-Sud. I risultati del Rapporto 2007 presentato questa mattina a Roma. (Adnkronos/Labitalia)
Nel 2006, gli occupati in Italia hanno sfiorato quota 23 milioni, un record storico sia in termini assoluti sia in termini di percentuale di crescita annuale (+2%). Il tasso di disoccupazione, poi, si è contratto al 6%, con una contestuale forte riduzione (tre volte quella registrata nel 2005) dei disoccupati di lunga durata. Una tendenza positiva che dovrebbe ripetersi anche nel 2007, grazie però alla diffusione del lavoro a tempo determinato: circa la metà dei 425mila nuovi posti di lavoro del 2006, infatti, è a termine (+9,7% rispetto al 2005).
In questo scenario, permane un profondo dualismo nel divario territoriale Nord-Sud, una persistente difficoltà all'inserimento nel mondo del lavoro per donne e per over 55, mentre aumenta lo scontento e i lavori reali si allontanano sempre di più dalle aspettative delle persone, a causa della precarietà, delle esigue retribuzioni e delle scarse possibilità di carriera. E' quanto emerge dal Rapporto Isfol 2007, presentato questa mattina a Roma dal presidente dell'Istituto, Sergio Trevisanato. Dopo il biennio 2004-2005, infatti, in cui la crescita dell'occupazione era in buona parte ascrivibile alla regolarizzazione di un numero ingente di lavoratori immigrati, l'aumento registrato tra il 2005 e il 2006, dice l'Isfol, assume caratteri 'strutturali', ''inaugurando - si legge nel documento - una fase nuova''. E le novità non sono solo ''in una sostenuta ripresa del ciclo economico'', ma soprattutto nella ''più elevata velocità di reazione della domanda di lavoro al ciclo stesso, lasciando intravedere una progressiva erosione di alcuni elementi di rigidità del mercato del lavoro italiano''. Sotto il profilo settoriale, è ai servizi che si deve quasi interamente la crescita occupazionale del 2006, mentre dal punto di vista territoriale si profila una ripresa del Mezzogiorno (+1,6%), dopo la serie negativa avviata nel 2003.
Tra le forme di lavoro, dunque, prosegue la crescita del lavoro dipendente a termine, aumentato nel 2006 di circa 200mila unità e pari a quasi la metà (49,4%) dell'intero incremento occupazionale del 2006, con un sensibile aumento rispetto all'anno precedente (45,8%). E l'Isfol ammette che nell'occupazione dipendente ''la componente permanente perde progressivamente peso al ritmo di un punto percentuale a biennio''. Il lavoro a termine è generalmente diffuso tra i giovani, quale principale strumento di ingresso nel mercato del lavoro, e le donne, che presentano un'incidenza dell'occupazione a tempo determinato sul totale dell'occupazione dipendente pari al 15,8%, a fronte dell'11,2% della componente maschile. Inoltre, negli ultimi anni si è registrata una flessione delle trasformazioni di contratti a termine in occupazione stabile e una parallela diminuzione della durata media dei rapporti di lavoro. Consistente anche la quota di occupati in età centrale che permane nella tipologia del tempo determinato. Tra le altre forme di lavoro non standard, si registra un aumento pari al 7,2% dei contratti di collaborazione a progetto e del 15,5% delle prestazioni autonome occasionali. Complessivamente, le forme di lavoro parasubordinato, che hanno raggiunto secondo le stime Istat il livello di circa 500mila unità, rappresentano poco meno del 10% dell'incremento dell'occupazione del 2006; gli incrementi più consistenti si sono registrati nella fascia di età inferiore ai 35 anni (+10,9%), dove è concentrata oltre la metà dei rapporti di lavoro parasubordinato, e nel Mezzogiorno (+16,3%).
Quanto al tasso di occupazione femminile, nel 2006 si attesta al 46,3% contro il 70,7% maschile: un livello ancora molto distante dall'obiettivo fissato a Lisbona (raggiungimento del 60% di occupate entro il 2010). Non solo. La scarsa partecipazione delle donne alla vita lavorativa italiana ha già ampiamente disatteso anche l'obiettivo di medio termine, che proponeva di raggiungere il 57% di occupate per il 2005. Non va meglio con la qualità dei lavori che le donne trovano: una donna su 4 è precaria e nel 2006 solo il 36,7% delle nuove occupate è stato assunto con un contratto di lavoro a tempo indeterminato (contro il 41,4% del 2005), mentre aumentano gli accessi al lavoro mediante contratti a termine, ottenuti dal 36,2% delle neo-lavoratrici nel 2006 contro il 33% di un anno prima. La maternità continua poi a essere ancora un forte ostacolo al naturale proseguimento della carriera lavorativa: nel 2006, ben una donna su nove è uscita dal mercato del lavoro dopo aver fatto un figlio, per l'impossibilità di conciliare lavoro e cura dei familiari.
Infine, quasi 10 milioni di donne in eta' lavorativa non lavorano ne' cercano un impiego (gli uomini in tale condizione sono circa la meta'). Dulcis in fundo: i differenziali salariali di genere, su base annua, sono del 25 per cento.
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19.11.07
Usa: nel 2006, 35 milioni di affamati
Pari al 12% popolazione, soprattutto ragazze madri e bambini
(ANSA) - NEW YORK, 15 NOV - In America nel 2006 oltre 35 milioni di persone, pari a piu' di un americano su dieci, ha in qualche momento dell'anno sofferto la fame. Lo rende noto un nuovo rapporto del Dipartimento all'Agricoltura: la categoria di persone piu' vulnerabili alle carenze alimentari sono state le ragazze madri e i loro bambini.
I 35,5 milioni di americani alla fame rappresentano il 12,1 per cento del totale della popolazione. Nel 2005 gli americani alla fame erano stati 400 mila in meno rispetto al 2006. 15 Nov 16:36
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15.10.07
Salari e pensioni più basse: ecco la differenza di genere
Le donne hanno salari più bassi e pensioni più esigue degli uomini. Una su cinque svolge un lavoro che richiede una formazione inferiore a quella che possiede. Un milione e 340 mila donne hanno un lavoro irregolare (parzialmente o del tutto sommerso). Il quadro nero emerge da un convegno dedicato al bollino rosa, l'attestato che il ministero del lavoro rilascia alle aziende pubbliche e private che dimostrano d'adottare pratiche «non discriminanti» verso le dipendenti. Per ora, «in via sperimentale», solo 36 aziende hanno aderito all'iniziativa. Scommettiamo una cifra che finché il bollino rosa non sarà congruamente incentivato, le aziende non sgomiteranno per ottenerlo. (m.ca.)
I dati inediti presentati al convegno «Stesse opportunità, nuove opportunità», organizzato dalla sottosegretaria al lavoro Rosa Rinaldi, riguardano il lavoro sommerso delle donne. Da un'indagine dell'Isfol (realizzata su un campione di 987 donne a Torino, Roma e Bari) risulta che è femminile il 47% del totale del lavoro sommerso e irregolare (la quasi parità è solo apparente, perchè le donne hanno un tasso di occupazione inferiore agli uomini e non sono presenti nell'edilizia, dove si addensa il lavoro nero). Al Nord la quota femminile del sommerso tocca il 64%, al Centro è del 50%, al Sud scende al 31%. Le variazioni geografiche si spiegano con l'alto numero delle badanti al Nord e con il forte tasso di lavoro irregolare maschile al Sud. Il 43% delle donne intervistate dichiara di lavorare in nero «per necessità», per mancanza d'alternative. Il 17% percepisce la sua situazione come «transitoria». Le restanti lavorano irregolarmente «per convenienza», per non perdere assegni familiari o sussidi).
Un'altra ricerca dell'Isfol evidenzia che in due anni la quota dei contratti a termine trasformati in assunzioni a tempo indeterminato è scesa dal 40 al 25%. La stabilizzazione arriva sempre più tardi (a proposito di «bamboccioni») e per le donne l'attesa è doppia rispetto agli uomini e la percentuale d'uscita dalla precarietà è più bassa.Il gap salariale donne-uomini va dai 3.800 euro netti l'anno per il lavoro dipendente a tempo indeterminato ai 10 mila per gli autonomi. La maternità toglie dal mercato del lavoro 1 donna su 10. Le donne sono il 76% dei pensionati al minimo (quelli che campano con 500 euro al mese) e il 64% di quanti ricevono una sola pensione (per un importo medio annuale di 7.300 euro). Solo l'1,2% delle donne ragginge i 40 anni di contributi, il 52% si ferma sotto i 20. Basta questo per definire un crimine alzare l'età pensionabile delle donne oltre i 60 anni.
«In Italia l'occupazione femminile presenta ancora forti fragilità», riassume Rosa Rinaldi. «Sono neccessarie politiche di conciliazione che favoriscano il lavoro delle donne e non ne penalizzino qualità e salario». Tra le politiche di conciliazione la sottosegretaria ne indica due realizzabili subito e con una spesa sostenibile: ampliare il sistema dei congedi parentali e il part time reversibile richiesto per la cura dei figli sotto i tre anni. Costo 370 milioni l'anno, da prendere dal fondo Inps per le «prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti», in cui confluiscono anche i contributi per la maternità. E' in attivo da anni, ma Tps ha detto no, nella finanziaria quei 370 milioni non ci sono. «Non mi arrendo», promette Rosa Rinaldi, «in tutte le sedi continuerò ad insistere perché il governo destini le risorse necessarie per incentivare congedi parentali e part time reversibile di cura». Quest'ultimo, va riconosciuto come «un nuovo diritto soggettivo».
(il manifesto, 13.10.07)
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