21.7.08
Dal part time coatto alle dimissioni in bianco. Sempre discriminate
Su un dato, tutte le recenti statistiche sul mercato del lavoro italiano, convergono: la crescita esponenziale del part time, che anche nel 2007 è aumentato del 3,6% rispetto all'anno precedente. Una scelta subìta dalla stragrande maggioranza delle lavoratrici coinvolte (delle 116 mila nuove occupate del 2007, ben 70 mila sono a tempo parziale). Per l'azienda invece, un'affilata arma di ricatto, potenziata ora dalla detassazione di straordinari e «tempi supplementari», varata dal governo. Quale interesse dovrebbe infatti avere un'azienda a trasformare il tempo parziale in tempo pieno - come vorrebbe circa la metà delle donne occupate part time, secondo l'Istat - quando può tranquillamente usufruire dell'orario supplementare (ore lavorative in più) detassato? (Sara Farolfi)
E non c'è solo il part time. I provvedimenti del governo incentivano di fatto i differenziali salariali già esistenti tra uomini e donne (le donne guadagnano circa il 25% in meno, secondo l'Isfol) e accentuano le discriminazioni dirette e indirette nei luoghi di lavoro. Come altrimenti spiegare l' abrogazione della legge sulle dimissioni in bianco? Una pratica diffusissima, soprattutto nelle piccole e piccolissime imprese (che costituiscono il nerbo del nostro sistema produttivo), che consiste nel fare firmare alle donne, all'atto dell'assunzione, una lettera di dimissioni senza data, opportunamente tirata fuori in caso di gravidanza o al rientro della maternità.
Altro che obiettivi di Lisbona, a cui anche l'Italia ha aderito, e che vorrebbe il tasso di occupazione femminile al 60% entro il 2010. Nella media del 2007 il tasso di occupazione per le donne è risultato pari al 46,7%, contro una media europea del 58,3%. Anche quando accedono a un lavoro, per le donne i salari sono più bassi e il trattamento peggiore. Perciò una richiesta di incontro a governo e parlamento è stata avanzata da una nutrita fila di dirigenti Fiom e Fim, per dire della «preoccupazione fortissima per il futuro dell'occupazione femminile che abbiamo, in quanto sindacaliste, rispetto alla manovra che si prefigura».
Part time, dimissioni in bianco e non solo. La detassazione dei premi aziendali ad personam discrimina in particolare le donne, che spesso non ne beneficiano, scrivono nella lettera le sindacaliste. La forte deregolamentazione in tema di orari, turni e riposi settimanali, che porteranno ad un aumento degli orari medi, tendono a ostacolare l'allargamento dell'occupazione e in particolare quella femminile, già molto al di sotto degli obiettivi di Lisbona. E ancora: l'assenza di un piano di rilancio dei servizi per l'infanzia, i tagli alla finanza pubblica, alla scuola e alle amministrazioni locali, comprimeranno ancora i servizi pubblici, con un ulteriore aggravio delle responsabilità di cura che ricadono prevalentemente sulle donne.
Lavora a tempo parziale, secondo i dati dell'Istat, il 13,6% degli occupati. Quattro occupati su cinque (il 78%), sono donne. Il 27% delle occupate è a part time. Moltissime lavorano nella grande distribuzione, con un orario settimanale che va dalle 16 alle 22 ore. «Nel 95% dei casi», non ha dubbi Dora Maffellotti, segretaria Filcams di Milano e Lombardia: un part time a 16 ore significa uno stipendio di 450 euro al mese. Una parziale liberalizzazione del tempo parziale era già stata effettuata dal precedente governo Berlusconi. Abolendo l'assunzione part time a orario fisso, e introducendo quella con clausule flessibili e elastiche. E' il cosiddetto orario supplementare, per cui un'azienda, con un preavviso di quarant'otto ore, può comunicare alla lavoratrice i cambiamenti (o allungamenti) dell'orario di lavoro. «Detassare quelle ore supplementari - conclude Dora - significa aggravare la possibilità per le lavoratrici di uscire dal ricatto perenne».
(il manifesto, 19.7.08)
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20.3.08
In Italia la precarietà è donna
Condizioni peggiori rispetto ai ragazzi per le under 24, per le “sorelle maggiori”. Male anche le over 45. A distanza di un anno solo poco più di una su dieci arriva a un contratto stabile. Quasi tutte guadagnano meno di diecimila euro l’anno e poche diventano madre prima dei 34 anni. L’allarme lanciato dal Rapporto Ires Cgil. (Federico Pace)
Giovani ma anche meno giovani. Nella palude della precarietà ci finiscono soprattutto le donne. Tutte costrette a contratti instabili più di quanto non succeda ai loro colleghi uomini. Più della metà delle giovanissime occupate hanno un contratto atipico e lo stesso accade a quasi al 26 per cento delle “under 34”. Impieghi marginali e contratti di breve durata anche per le più adulte. Tutte con una probabilità inferiore a quella già bassa dei precari uomini di riuscire a trasformare il contratto atipico in un impiego stabile. A lanciare l’allarme della “precarietà rosa” è il Terzo Rapporto di Ires Cgil preparato dall’Osservatorio sul lavoro atipico e presentato oggi a Roma.
Le donne si ritrovano nella condizione di quell'atleta a cui, per colpa di ostacoli imposti solo a loro, non è data piena possibilità di vincere la corsa. Se mai viene concesso loro di correre. A loro viene riservata una durata contrattuale ancor più breve di quanto non succeda ai precari uomini. Il 76 per cento delle atipiche si ritrova con un contratto temporaneo inferiore ai dodici mesi mentre agli uomini succede a poco meno del settanta per cento dei casi.
L’elusività del lavoro stabile
La condizione precaria sembra essere per la componente femminile uno status ancora meno passeggero di quanto non sia già per i colleghi maschi. Si direbbe piuttosto una condizione permanente che per di più interessa quasi tutte le età. A una quota molto esigua di donne viene concessa la possibilità di potere accedere, dopo esperienze di lavoro discontinuo, a un contratto a tempo indeterminato. Ci riesce solo il 14 per cento di loro, mentre riesce lo stesso a un pur sempre troppo esiguo 20 per cento degli uomini con contratti a tempo determinato o di collaborazione.
Il part-time e l’inganno della flessibilità family friendly
Le donne poi si ritrovano a dover abitare lo spazio del tempo parziale non sempre per propria scelta. Rappresentano i tre quarti degli occupati part-time (dipendenti e parasubordinati), ma solo il 36 per cento si trova in questa condizione intenzionalmente. Il tempo parziale rappresenta un vantaggio semmai per le donne in età più avanzata dove il rientro sul mercato del lavoro diventa un modo per contribuire al reddito familiare. Per la gran parte però non sembra avvalorata l'ipotesi che il part-time sia uno strumento di conciliazione da accogliere senza remore. Gli autori dell’indagine mettono in guardia e affermano che è “legittimo chiedersi se il ricorso indiscriminato a forme contrattuali atipiche non rappresenti in realtà un fattore di svantaggio per le donne”.
Mestieri troppo atipici
La flessibilità che viene offerta alla donne sembra così determinare un “progressivo deterioramento dal punto di vista occupazionale, economico e sociale” della loro condizione. Hanno titoli più elevati ma lavorano meno e guadagnano meno. Svolgono professioni tecniche, attività impiegatizie poco qualificate e a carattere esclusivo. E per quanto riguarda le laureate che si ritrovano con un contratto di collaborazione, solo il 42 per cento di loro è occupata in attività scientifiche e di elevata specializzazione mentre succede lo stesso, a parità di titolo di studio, al 52 per cento degli uomini.
Il minore guadagno
Secondo i dati Inps, rielaborati dagli autori dell’Ires, a parità di durata contrattuale le donne si ritrovano ad avere un imponibile medio inferiore a quello degli uomini. Con una differenza che diventa crescente visto che mentre quelle degli uomini continuano a crescere nel tempo, per le donne le retribuzioni dopo i 44 sembrano non aumentare più. Complessivamente il 77,3 per cento delle atipiche ha un imponibile inferiore ai diecimila euro l’anno (vedi tabella).
La conciliazione difficile
Le condizioni non possono che avere così una ricaduta diretta sulle scelte di vita. Tra le giovani collaboratrici con un'età compresa tra 25 e 34 anni, sono madri meno del 19 per cento (vedi tabella) mentre le occupate della stessa età lo sono in una percentuale molto più elevata (il 31 per cento). La maternità e la collaborazione sembrano condizioni difficilmente conciliabili. E i figli trovano spazio solo in età più avanzata quando diventa maggiore l'autonomia in termini di sede e di orario di lavoro.
TABELLA: L'imponibile per sesso
CONDIZIONE FAMILIARE:Con figli e senza
INSTABILITA’:Per genere e per età
(Repubblica.it, 20.3.08)
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7.3.08
Oltre un miliardo di donne al lavoro, ma i diritti sono ancora un miraggio
Molte confinate in settori con bassa produttività, paga ai minimi e prive dei diritti elementari. Nei paesi meno sviluppati una quota elevata costretta a rimanere fuori dal mercato. Cresce il livello di istruzione. L’allarme lanciato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. (Federico Pace)
Sono un miliardo e duecento milioni le donne che lavorano nel mondo. Un numero che negli ultimi dieci anni è cresciuto quasi del venti per cento. Ma per lo più sono confinate nei settori meno produttivi, sopportano i maggiori rischi economici e sono ancora molto lontane da un lavoro decente. Private dell’accesso alla protezione sociale e ai diritti fondamentali. E, anche se cresce il livello di istruzione e si riduce il gap in alcuni indicatori, rimane immutata la proporzione delle donne occupate (quaranta per cento del totale della forza lavoro). Sono questi i principali risultati del rapporto “Le Tendenze Globali dell'Occupazione Femminile” presentato oggi dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Dal 1997 a oggi il numero delle donne al lavoro è cresciuto di 200 milioni di unità. Nello stesso periodo è aumentato, in minore misura, anche il numero delle disoccupate: oggi sono 81,6 milioni. Il tasso di disoccupazione femminile è sceso al 6,4 per cento mentre quello della componente maschile è ancora inferiore e pari al 5,7 per cento (vedi tabella).
Gli impieghi vulnerabili
Più donne al lavoro quindi, ma per la gran parte di loro i problemi restano. Soprattutto se si guarda ai settori in cui sono attive e ai diritti di cui godono. "Le donne continuano ad entrare nella forza lavoro in gran numero. Questo progresso non deve tuttavia far passare inosservate le grandi ingiustizie che continuano ad esistere nei posti di lavoro di tutto il mondo" ha detto il direttore generale dell’ILO Juan Somavia. Nell'ultimo decennio è scesa, dal 56,1 per cento al 51,7 per cento, la quota di donne impiegate in posizioni vulnerabili (vedi tabella), dove lavorano per qualche familiare o in proprio, non sono stipendiate e molto probabilmente non sono indipendenti economicamente. Un fenomeno che rimane diffuso soprattutto nelle regioni più povere del mondo.
Il miglioramento di questi ultimi anni ha lasciato una quota ancora troppo elevata in posizioni di disagio e incertezza. Con percentuali che superano l'ottanta per cento in aree come l'Africa Sub -Sahariana e l'Asia del Sud. "Il posto di lavoro ed il mondo del lavoro – ha detto Somavia - sono fondamentali per il raggiungimento delle pari opportunità e per l'avanzamento delle donne nella società. Promuovendo il lavoro dignitoso per le donne, le società si rafforzano e si sostiene il progresso economico e sociale".
Lavoro decente precondizione sviluppo economico
L’obiettivo, per gli autori del rapporto, deve essere quello di dare a tutte le donne un impiego decente. Questo obiettivo va considerato anche come la precondizione per lo sviluppo economico. Le aree dove si è registrata una significativa crescita economica sono quelle con la più elevata partecipazione femminile al lavoro, i più bassi tassi di disoccupazione e i minori gap in termini di distribuzione nei settore di impiego. Il coinvolgimento delle donne all’interno dell’occupazione può dare quindi il giusto impulso allo sviluppo economico, solo se esse non rimangono confinate in lavori poco remunerati e con una bassa produttività.
"L'accesso ai mercati del lavoro e ad un’occupazione dignitosa è cruciale per realizzare pari opportunità," ha spiegato Evy Messell, direttrice dell'Ufficio dell'ILO per le pari opportunità, "tuttavia le donne devono superare ancora molti ostacoli discriminatori quando cercano un lavoro. Le società non possono permettersi di ignorare il potenziale del lavoro femminile per la riduzione della povertà e devono cercare metodi innovativi per abbattere le barriere economiche, sociali e politiche. Fornire alle donne una base di uguaglianza nel mondo del lavoro non solo è eticamente giusto, è anche un investimento intelligente nel lungo termine".
La libertà di scelta
Ad oggi, per ogni dieci uomini occupati, ci sono sette donne che lavorano e il rapporto fra occupazione femminile e popolazione, il valore che svela in che misura le economie sono in grado di trarre beneficio dal potenziale produttivo della popolazione in età lavorativa, è del 49,1 per cento (mentre per gli uomini è del 74,3 per cento). Se è vero, sottolineano gli autori del rapporto, che non tutte le donne vogliono lavorare, è certo che a tutte deve essere data l’opportunità di scegliere se lavorare o meno. E se esse scelgono di lavorare, deve essere data loro l’opportunità di scegliere lavori che remunerano e con gli stessi diritti dei loro colleghi uomini.
TABELLA: Dal 1997 a oggi
TIPO DI IMPIEGO: Salariate e vulnerabili
(Repubblica.it, 7.3.08)
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29.2.08
La condizione dell'operaia
La Fiom Cgil ha ascoltato 100 mila lavoratori (non solo operai, anche impiegati). Ne è scaturita un'inchiesta imponente sulle condizioni di vita e di fabbrica. Dall'emergenza salariale a quella sulla salute e sicurezza, dall'orario all'organizzazione del lavoro. Se in media un operaio guadagna 1.170 euro, un impiegato ne percepisce 1.370. Una donna su tre guadagna meno di mille euro. Il 40% degli intervistati ritiene che la propria salute sia stata compromessa a causa del lavoro. (Davide Orecchio)
Il presente dell'operaio sono 1.170 euro in busta paga. Un reddito familiare complessivo di poco superiore. Un lavoro ripetitivo, rigido e monotono allo stesso tempo, con pochi margini di autodeterminazione. Condizioni di sicurezza e salute precarie: che non vuol dire solo rischiare un incidente, ma anche consumare il corpo giorno dopo giorno in mansioni logoranti e ambienti di lavoro dei quali percepisce la nocività. Il presente è anche una transizione in cui gli elementi tayloristici del lavoro di fabbrica (autoritarismo, gerarchia, fissità e ripetitività del lavoro) si intrecciano coi tratti del post-fordismo (adesione ai processi qualitativi ma anche insicurezza, flessibilità e precarietà tipiche dell'era del just in time) in un meticciato industriale che frastorna. E il futuro? E' un lento ma inesorabile scadimento: il 60% dei lavoratori metalmeccanici non pensa che a 60 anni riuscirà a sopportare fisicamente il proprio lavoro. E uno su tre è convinto che entro due anni lo perderà del tutto: dunque un futuro che in realtà non c'è proprio.
Se poi la tuta blu l'indossa un ragazzo, o una donna, o un immigrato - tutto peggiora: meno soldi e meno carriera, un contratto precario, rischi di molestie e soprusi. Scattata da un'indagine imponente presentata dalla Fiom il 29 febbraio a Torino (qui i dati più importanti, mentre sul sito dei metalmeccanici si può scaricare la ricerca integrale), questa è l'immagine di 100 mila lavoratori (non solo operai, anche impiegati). Una foto di gruppo che sta a metà tra il reale e il percepito, un "come siamo e come ci vediamo" che toglie di mezzo - se ce ne fosse ancora bisogno - il luogo comune sull'estinzione di Cipputi. Due milioni di donne e uomini, in Italia, lavorano infatti nel settore, dalle grandi fabbriche alle piccole aziende artigiane. E hanno mille problemi. Chi li risolverà? Presentando l'inchiesta, il segretario generale della Fiom Cgil Gianni Rinaldini ha spiegato che la soluzione, per il sindacato, dev'essere innanzitutto il ritorno in fabbrica per "ricostruire un'iniziativa sindacale sulle condizioni di lavoro ragionando a tutto campo anche sulle forme della rappresentanza''. ''Dalla ricerca - ha detto Rinaldini - emerge una crisi della contrattazione sulle condizioni di lavoro che in questi anni sono peggiorate". Per il segretrario della Fiom "in particolare nelle grandi fabbriche il meccanismo delle Rsu taglia fuori dalla rappresentanza interi cicli della produzione", e dunque occorre "una rappresentanza piu' aderente al ciclo produttivo''.
I dati: il salario
Come si diceva, l’inchiesta si basa su circa 100.000 questionari compilati dai lavoratori di oltre 4.000 imprese, su tutto il territorio nazionale e in tutti i comparti del settore. Circa la metà degli intervistati (44,6%) non è iscritta ad alcun sindacato. La Fiom ci tiene a sottolineare che "un numero tanto elevato di risposte rappresenta un risultato importante che rende questa inchiesta quasi unica per dimensione e dettaglio di analisi". Hanno infatti risposto al questionario circa 70.000 operai e 30.000 tra impiegati, tecnici e coordinatori, oltre 3.000 migranti, 20.000 donne, 10.000 precari, quasi 35.000 lavoratori con meno di 35 anni. Il sindacato evidenzia la "condizione di profondo malessere" che emerge dall'indagine. E il disagio principale è, naturalmente, quello economico: il 30% della categoria ha un reddito mensile inferiore ai 1.100 euro. Se in media un operaio guadagna 1.170 euro, un impiegato ne percepisce 1.370. Esigui i margini di miglioramento con l'anzianità: "la differenza tra un operaio con più di 45 anni - si legge nell'indagine - e uno che ne ha meno di 35 è di appena 100 euro al mese". Una donna su tre, inoltre, non arriva a 1.000 euro al mese: "I redditi più bassi - prosegue la Fiom nel suo rapporto - sono quelli delle lavoratrici e dei lavoratori precari, che nel 60% dei casi non superano i 1.100 euro al mese. Va detto che ben il 10% degli intervistati ha un contratto di lavoro precario, percentuale che sale tra chi ha meno di 35 anni (16%) e in generale tra le donne: tra le operaie con meno di 35 anni una su cinque (21%) ha un contratto di lavoro precario". Difficoltà economiche che si ripercuotono pesantemente sul reddito familiare (soprattutto al sud, dove oltre la metà delle famiglie si mantiene con un solo stipendio). Se il 41% dei nuclei familiari dei metalmeccanici non supera i 1.900 euro al mese, nelle famiglie con tre e quattro persone il reddito pro capite è tra i 700 e i 500 euro al mese.
Orari e organizzazione del lavoro
"Un intervistato su quattro (26,3%) - si legge nell'inchiesta - lavora più di 40 ore a settimana; circa la metà (48%) vorrebbe lavorare meno ore e soltanto una piccolissima minoranza (6%) è disponibile ad aumentare ancora l’orario di lavoro". Inoltre "per la maggior parte degli intervistati - tanto più tra le donne - il lavoro è ripetitivo (65%) e molto parcellizzato (atti e movimenti ripetitivi durano anche meno di 30 secondi), monotono (53%) e con ritmi di lavoro elevati (51%), dettati soprattutto da obiettivi di produzione, ma spesso anche dalla velocità di una macchina e dal controllo dei capi". Un operaio su quattro dichiara di non poter fare una pausa quando ne sente il bisogno. Dunque una "condizione tipicamente taylorista" - tira le somme la Fiom - in cui "si sovrappone - e non si sostituisce - l’aggravio di fatica e di responsabilità determinato dagli elementi legati alle richieste di qualità, così che i lavoratori oltre alle asprezze e alle monotonie del taylorismo subiscono anche le pretese e i rischi del postfordismo". Infatti gli intervistati dichiarano in maggioranza che "il loro lavoro comporta il rispetto di procedure di qualità (87%), l’autovalutazione della qualità (73,4%), la soluzione autonoma di problemi imprevisti (67,2%), l’apprendimento di nuove nozioni (64,5%)".
Emergenza salute e sicurezza
Gli operai denunciano di essere esposti a rumori molto forti (56,5%), vibrazioni (50,3%), vapori polveri e sostanze chimiche (43,3%), ma anche a movimenti ripetitivi di mani e braccia (68%) e a posizioni disagiate che provocano dolore (32%). E le condizioni peggiorano per le donne (anche le impiegate): un dato rilevante raccolto dalla Fiom è che ben il 93% delle operaie di terzo livello nella produzione di massa (auto, moto, elettrodomestici) dichiarano di essere sottoposte a movimenti ripetitivi di mani e braccia. Sono molti gli operai che dichiarano come nel proprio lavoro sia molto alto il rischio di farsi male (20%), di fare male ai colleghi (12%) o contrarre malattie (17,3%). Secondo la Fiom "i dati mostrano irrevocabilmente che questi rischi aumentano linearmente con l’orario di lavoro e in particolare oltre le 40 ore". Dall'inchiesta emerge anche che un operaio su cinque (20%) non è soddisfatto delle informazioni ricevute sulla sicurezza e soltanto il 47% ha avuto contatti con il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. "Soltanto il 58% degli operai - afferma la Fiom - considera il proprio posto di lavoro a norma, cioè dotato delle protezioni necessarie per lavorare in sicurezza. Nella siderurgia è addirittura un operaio su tre (68%) a ritenere che nel proprio posto di lavoro non siano garantite le norme minime di sicurezza". Il 40% degli intervistati ritiene che la propria salute sia stata compromessa a causa del lavoro. I disturbi più diffusi sono quelli muscolo-scheletrici (il 40,2% ha dolori alla schiena; il 34,2% a spalle e collo; il 30,8% a braccia e mani; il 25% alle gambe). Il 23,5% degli operai - inoltre - ha problemi di udito, il 27,8% denuncia tensione e stanchezza, ma anche irritabilità (21,5%), ansia (19%), insonnia (14,2%) e dolori allo stomaco (12%). "Gli impiegati - sottolinea infine l'inchiesta – lamentano soprattutto una condizione generale di stanchezza (27%) e disturbi agli occhi e alla vista (27%), ampiamente legati all’utilizzo continuativo del computer.
(tratto da www.rassegna.it, 29 febbraio 2008)
Etichette: differenza di genere, donne lavoratrici, infortuni sul lavoro, lavoro, salari
5.2.08
Occupazione donne: Italia (43%) al penultimo posto Ue
Nel nostro paese, le donne in età lavorativa fuori dal mercato del lavoro sono 7 milioni. Con il 43,6 per cento, l'Italia è penultima nell'Unione Europea per occupazione femminile, superata in questa classifica negativa solo da Malta (34,6 per cento).
Al primi posti ci sono Danimarca (73,4 per cento) e Svezia (70,7). È quanto emerge dalla nota aggiuntiva al rapporto annuale sullo stato di attuazione della strategia di Lisbona, in base alla quale la media europea di occupazione femminile si attesta al 57,2 per cento. Il ritardo italiano, secondo la ricerca, è dovuto al dualismo territoriale.
Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione delle donne di età fra i 25 e i 34 anni è appena del 34,7 per cento, contro il 74,3 del Nord (che quindi supera abbondantemente la media Ue). Dal dossier emerge poi che a parità di lavoro, le donne guadagnano il 9 per cento in meno rispetto ai colleghi maschi; gap che sale al 26,3 per cento per i ruoli manageriali.
(Rassegna.it, 5.2.08)
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4.2.08
In Francia è stop delle cassiere: «Basta precarietà»
Parigi. Per la prima volta, i sindacati (Cgt, Cfdt e Fo) si sono uniti per organizzare una giornata di sciopero tra i dipendenti dei supermercati francesi. Secondo la Cgt, nell'80% dei grandi magazzini c'è stata mobilitazione. Il padronato parla solo di un 2%. Le condizioni di lavoro, assieme ai salari, sono la causa della protesta: il settore è il regno del part-time, dei contratti atipici. Quindi la protesta ha preso diverse forme: un'ora di sciopero, volantinaggio, brevi manifestazioni di fronte agli ipermercati. Per la Cgt, «il successo unitario mostra la giustezza delle rivendicazioni: aumento dei salari, difesa del riposo domenicale, occupazione». Anche i depositi della merce sono stati coinvolti nella giornata di protesta.
Bernard Thibault, segretario della Cgt, si è detto «soddisfatto» per essere riuscito a «unire gli sforzi di tre sindacati per mettere in evidenza la situazione sociale e salariale del personale della grande distribuzione», che sono «i più precari dei dipendenti del commercio».
Carrefour, Auchan, Casino, Picard, anche i discount Lidl e Ed, la protesta ha toccato tutti i grandi nomi, punto di forza dell'economia francese nel mondo. «La realtà dei salari è insostenibile, i datori di lavoro devono aumentare gli stipendi», dice Thibault. In Francia, 650 mila persone lavorano nella grande distribuzione. La grande maggioranza sono donne, le «cassiere», diventate il simbolo vivente dello sfruttamento dell'era post-moderna. Orari atipici, fino a sera, in luoghi lontanissimi dalla residenza personale (i «centri commerciali»), part-time non scelto (ma tempo di lavoro lunghissimo a causa di orari spezzettati, che impediscono di tornare a casa tra una tranche di lavoro e l'altra), lavoro nei giorni festivi, ambienti degradati (come ha messo in luce un anno fa un libro di una medica del lavoro, Dorothée Ramaut, Journal d'un médecin du travail, Le Cherche Midi ed.), difficoltà a sopportare manifestazioni di indifferenza se non di disprezzo da parte della clientela frettolosa. Per di più, le nuove tecnologie (casse automatiche, già in sperimentazione in vari ipermercati) minacciano l'occupazione in un prossimo futuro.
Il 37% dei 650 mila impiegati della grande distribuzione sono a part-time, e questa proporzione sale al 55% per le donne. Il primo stipendio - lordo - di una cassiera è di 16.600 euro l'anno. Dopo vent'anni di lavoro, hanno denunciato ieri molte cassiere, lo stipendio è intorno ai 900-1.000 euro al mese. Nel 2007, gli aumenti sono stati inferiori al 2% mentre l'inflazione corre più veloce. In una Francia dove il potere d'acquisto è diventata la prima preoccupazione, le cassiere si trovano in fondo alla scala sociale.
Il sindacato intanto ha ottenuto il rispetto della legge: pagare le pause (portate al 5% della remunerazione). Il padronato però punta i piedi contro le richieste di diminuire la percentuale di part-time. Ha solo concesso di partecipare a un «gruppo di lavoro». Per la Cgt, «a causa del fatto che questi bassi salari sono legati ad esonerazioni dei contributi, vuol dire che il padronato non ha nessun interesse a cambiare la situazione».
Un piccolo passo avanti potrebbe venire dalla nuova trattativa che il padronato ha accettato di aprire a partire dal mese di aprile: l'eguaglianza uomo-donna. «Se mettiamo tutti questi piccoli passi uno accanto all'altro - dicono a Force ouvrière - questo venerdì sarà considerata una giornata di mobilitazione storica». Ma l'incitamento agli straordinari (con sgravi sui contributi padronali) da un lato e la liberalizzazione dell'apertura la domenica, decise dal governo, rischiano di aggravare ancora la situazione.
(il manifesto, 2.2.08)
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20.11.07
300€ per 8 ore di lavoro al giorno!
Per queste cifre 8 donne lavoravano in un calzaturificio-fantasma di Barletta (una di loro ha 15 anni). Stesse violazioni a Canosa (Bari). La Gdf denuncia i due titolari.
Per queste cifre otto donne lavoravano in un calzaturificio-fantasma di Barletta: una di loro ha solo 15 anni. Altre sette donne lavoravano invece in un laboratorio tessile di Canosa di Puglia: anche qui una delle lavoratrici è minorenne.I due laboratori sono stati scoperti dalla guardia di finanza: i titolari delle due aziende, del tutto sconosciute al fisco, sono stati denunciati per impiego di manodopera minorile, violazioni delle leggi in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, igiene e prevenzione incendi, oltre che per evasione fiscale.
(La Gazzetta del Mezzogiorno, 19/11/2007)
Etichette: differenza di genere, discriminazione, lavoro, salari
Se 1.000 euro vi sembran poche...
Cgil, 7,3 mln lavoratori sotto 1000 euro. Rapporto Ires, di questi 5 milioni sono donne
Per 7,3 milioni di lavoratori dipendenti in Italia la busta paga non arriva a mille euro netti al mese. E' quanto emerge dal rapporto Ires sui salari presentato oggi in Cgil secondo il quale 5 milioni di questi lavoratori con busta paga leggera sono donne. Se si considera il tetto di 1.300 euro sono invece 14 milioni i lavoratori dipendenti che non riescono a sorpassarlo.
(Ansa, 19/11/07)
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Sei donne su dieci a casa; una su quattro precaria
Quando avremo un "pacchetto sicurezza" per le donne?
Circa la metà dei 425mila nuovi posti è a termine. Il lavoro reale delude per precarietà e scarse retribuzioni e si aggrava il divario uomini-donne, Nord-Sud. I risultati del Rapporto 2007 presentato questa mattina a Roma. (Adnkronos/Labitalia)
Nel 2006, gli occupati in Italia hanno sfiorato quota 23 milioni, un record storico sia in termini assoluti sia in termini di percentuale di crescita annuale (+2%). Il tasso di disoccupazione, poi, si è contratto al 6%, con una contestuale forte riduzione (tre volte quella registrata nel 2005) dei disoccupati di lunga durata. Una tendenza positiva che dovrebbe ripetersi anche nel 2007, grazie però alla diffusione del lavoro a tempo determinato: circa la metà dei 425mila nuovi posti di lavoro del 2006, infatti, è a termine (+9,7% rispetto al 2005).
In questo scenario, permane un profondo dualismo nel divario territoriale Nord-Sud, una persistente difficoltà all'inserimento nel mondo del lavoro per donne e per over 55, mentre aumenta lo scontento e i lavori reali si allontanano sempre di più dalle aspettative delle persone, a causa della precarietà, delle esigue retribuzioni e delle scarse possibilità di carriera. E' quanto emerge dal Rapporto Isfol 2007, presentato questa mattina a Roma dal presidente dell'Istituto, Sergio Trevisanato. Dopo il biennio 2004-2005, infatti, in cui la crescita dell'occupazione era in buona parte ascrivibile alla regolarizzazione di un numero ingente di lavoratori immigrati, l'aumento registrato tra il 2005 e il 2006, dice l'Isfol, assume caratteri 'strutturali', ''inaugurando - si legge nel documento - una fase nuova''. E le novità non sono solo ''in una sostenuta ripresa del ciclo economico'', ma soprattutto nella ''più elevata velocità di reazione della domanda di lavoro al ciclo stesso, lasciando intravedere una progressiva erosione di alcuni elementi di rigidità del mercato del lavoro italiano''. Sotto il profilo settoriale, è ai servizi che si deve quasi interamente la crescita occupazionale del 2006, mentre dal punto di vista territoriale si profila una ripresa del Mezzogiorno (+1,6%), dopo la serie negativa avviata nel 2003.
Tra le forme di lavoro, dunque, prosegue la crescita del lavoro dipendente a termine, aumentato nel 2006 di circa 200mila unità e pari a quasi la metà (49,4%) dell'intero incremento occupazionale del 2006, con un sensibile aumento rispetto all'anno precedente (45,8%). E l'Isfol ammette che nell'occupazione dipendente ''la componente permanente perde progressivamente peso al ritmo di un punto percentuale a biennio''. Il lavoro a termine è generalmente diffuso tra i giovani, quale principale strumento di ingresso nel mercato del lavoro, e le donne, che presentano un'incidenza dell'occupazione a tempo determinato sul totale dell'occupazione dipendente pari al 15,8%, a fronte dell'11,2% della componente maschile. Inoltre, negli ultimi anni si è registrata una flessione delle trasformazioni di contratti a termine in occupazione stabile e una parallela diminuzione della durata media dei rapporti di lavoro. Consistente anche la quota di occupati in età centrale che permane nella tipologia del tempo determinato. Tra le altre forme di lavoro non standard, si registra un aumento pari al 7,2% dei contratti di collaborazione a progetto e del 15,5% delle prestazioni autonome occasionali. Complessivamente, le forme di lavoro parasubordinato, che hanno raggiunto secondo le stime Istat il livello di circa 500mila unità, rappresentano poco meno del 10% dell'incremento dell'occupazione del 2006; gli incrementi più consistenti si sono registrati nella fascia di età inferiore ai 35 anni (+10,9%), dove è concentrata oltre la metà dei rapporti di lavoro parasubordinato, e nel Mezzogiorno (+16,3%).
Quanto al tasso di occupazione femminile, nel 2006 si attesta al 46,3% contro il 70,7% maschile: un livello ancora molto distante dall'obiettivo fissato a Lisbona (raggiungimento del 60% di occupate entro il 2010). Non solo. La scarsa partecipazione delle donne alla vita lavorativa italiana ha già ampiamente disatteso anche l'obiettivo di medio termine, che proponeva di raggiungere il 57% di occupate per il 2005. Non va meglio con la qualità dei lavori che le donne trovano: una donna su 4 è precaria e nel 2006 solo il 36,7% delle nuove occupate è stato assunto con un contratto di lavoro a tempo indeterminato (contro il 41,4% del 2005), mentre aumentano gli accessi al lavoro mediante contratti a termine, ottenuti dal 36,2% delle neo-lavoratrici nel 2006 contro il 33% di un anno prima. La maternità continua poi a essere ancora un forte ostacolo al naturale proseguimento della carriera lavorativa: nel 2006, ben una donna su nove è uscita dal mercato del lavoro dopo aver fatto un figlio, per l'impossibilità di conciliare lavoro e cura dei familiari.
Infine, quasi 10 milioni di donne in eta' lavorativa non lavorano ne' cercano un impiego (gli uomini in tale condizione sono circa la meta'). Dulcis in fundo: i differenziali salariali di genere, su base annua, sono del 25 per cento.
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15.10.07
Salari e pensioni più basse: ecco la differenza di genere
Le donne hanno salari più bassi e pensioni più esigue degli uomini. Una su cinque svolge un lavoro che richiede una formazione inferiore a quella che possiede. Un milione e 340 mila donne hanno un lavoro irregolare (parzialmente o del tutto sommerso). Il quadro nero emerge da un convegno dedicato al bollino rosa, l'attestato che il ministero del lavoro rilascia alle aziende pubbliche e private che dimostrano d'adottare pratiche «non discriminanti» verso le dipendenti. Per ora, «in via sperimentale», solo 36 aziende hanno aderito all'iniziativa. Scommettiamo una cifra che finché il bollino rosa non sarà congruamente incentivato, le aziende non sgomiteranno per ottenerlo. (m.ca.)
I dati inediti presentati al convegno «Stesse opportunità, nuove opportunità», organizzato dalla sottosegretaria al lavoro Rosa Rinaldi, riguardano il lavoro sommerso delle donne. Da un'indagine dell'Isfol (realizzata su un campione di 987 donne a Torino, Roma e Bari) risulta che è femminile il 47% del totale del lavoro sommerso e irregolare (la quasi parità è solo apparente, perchè le donne hanno un tasso di occupazione inferiore agli uomini e non sono presenti nell'edilizia, dove si addensa il lavoro nero). Al Nord la quota femminile del sommerso tocca il 64%, al Centro è del 50%, al Sud scende al 31%. Le variazioni geografiche si spiegano con l'alto numero delle badanti al Nord e con il forte tasso di lavoro irregolare maschile al Sud. Il 43% delle donne intervistate dichiara di lavorare in nero «per necessità», per mancanza d'alternative. Il 17% percepisce la sua situazione come «transitoria». Le restanti lavorano irregolarmente «per convenienza», per non perdere assegni familiari o sussidi).
Un'altra ricerca dell'Isfol evidenzia che in due anni la quota dei contratti a termine trasformati in assunzioni a tempo indeterminato è scesa dal 40 al 25%. La stabilizzazione arriva sempre più tardi (a proposito di «bamboccioni») e per le donne l'attesa è doppia rispetto agli uomini e la percentuale d'uscita dalla precarietà è più bassa.Il gap salariale donne-uomini va dai 3.800 euro netti l'anno per il lavoro dipendente a tempo indeterminato ai 10 mila per gli autonomi. La maternità toglie dal mercato del lavoro 1 donna su 10. Le donne sono il 76% dei pensionati al minimo (quelli che campano con 500 euro al mese) e il 64% di quanti ricevono una sola pensione (per un importo medio annuale di 7.300 euro). Solo l'1,2% delle donne ragginge i 40 anni di contributi, il 52% si ferma sotto i 20. Basta questo per definire un crimine alzare l'età pensionabile delle donne oltre i 60 anni.
«In Italia l'occupazione femminile presenta ancora forti fragilità», riassume Rosa Rinaldi. «Sono neccessarie politiche di conciliazione che favoriscano il lavoro delle donne e non ne penalizzino qualità e salario». Tra le politiche di conciliazione la sottosegretaria ne indica due realizzabili subito e con una spesa sostenibile: ampliare il sistema dei congedi parentali e il part time reversibile richiesto per la cura dei figli sotto i tre anni. Costo 370 milioni l'anno, da prendere dal fondo Inps per le «prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti», in cui confluiscono anche i contributi per la maternità. E' in attivo da anni, ma Tps ha detto no, nella finanziaria quei 370 milioni non ci sono. «Non mi arrendo», promette Rosa Rinaldi, «in tutte le sedi continuerò ad insistere perché il governo destini le risorse necessarie per incentivare congedi parentali e part time reversibile di cura». Quest'ultimo, va riconosciuto come «un nuovo diritto soggettivo».
(il manifesto, 13.10.07)
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12.9.07
Le donne continuano a guadagnare meno degli uomini
Le donne, a parità di lavoro, guadagnano molto meno degli uomini. E la differenza retributiva è in media del 23%, con un'oscillazione che va dal 15% a oltre il 40% per le libere professioni e i ruoli di vertice. Lo rivelano, ma sarebbe più corretto dire lo confermano, alcune indagini promosse dal ministero del Lavoro, che saranno presentate a ottobre. Le indagini mostrano come la differenza riguardi tutta Italia, tutti i settori e tutte le professioni: a parità di qualifica professionale e di ore lavorate le donne percepiscono salari inferiori a quelli degli uomini. In media, il guadagno netto annuo delle donne è inferiore rispetto a quello dei maschi di 3.800 euro per i dipendenti a tempo indeterminato, ma può uperare i 10 mila euro per i lavori autonomi. Gli uomini hanno in media redditi superiori rispetto a quelli delle donne in tutte le forme contrattuali: del 23% nel lavoro dipendente, 24% per le collaborazioni, mentre in quello autonomo il differenziale sale al 40%.
Il tema delle discriminazioni retributive, ha sottolineato il sottosegretario al ministero del Lavoro Rosa Rinaldi, non è «una patologia dei lavori più umili e meno qualificati, bensì dell'intero sistema produttivo e professionale, nel privato come nel pubblico e non esclude neppure il terzo settore e quelle produzioni per il welfare sociale, che parrebbero rispondere meno alle logiche di mercato e per il mercato».
(Il Messaggero, 11.9.07)
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29.5.07
25 maggio: i padroni "fanno la festa" alle mamme lavoratrici!
Sembra che sia scoppiata in questi ultimi mesi una strana epidemia che si sta allargando via via di ambito in ambito: dai rappresentanti del governo ai padroni della Confindustria, dai sindacati istituzionali agli enti locali, tutti oggi appaiono molto impegnati a parlare di donne e lavoro, di occupazione femminile in Italia, riempiendo con ricche interviste intere pagine dei quotidiani su come superare i limiti che ostacolano una maggiore introduzione delle donne nel mondo del lavoro. Da Prodi, quindi, al ministro del lavoro Damiano, da Montezemolo fin’anche al governatore della Banca d’Italia, forte è l’appello di tutti a trovare al più presto le misure necessarie per risolvere il problema dell’incremento del lavoro femminile, soprattutto dinanzi agli allarmanti dati forniti proprio di recente dallo stesso governatore Draghi secondo cui le donne nel nostro paese hanno un tasso di occupazione di 11 punti più basso della media europea con rilevanti differenze sul piano salariale rispetto agli uomini, il cosiddetto gender-gap tecnicamente parlando. Perché mai tutta questa sollecitudine? ci chiediamo, e chi viene a toglierci decisamente ogni dubbio in proposito e a chiarirci bene le idee è senz’altro la ministra per le pari opportunità Barbara Pollastrini che ha addirittura parlato di “Cura Shock!!!” in un’intervista rilasciata al Sole 24 ore del 29 Marzo scorso, e ribadita con un'altra intervista sempre sul giornale della Confindustria del 18/4/07, per sanare il problema del lavoro femminile e della condizione delle donne lavoratrici nel nostro paese.
Una vera e propria “terapia d’urto”! la chiama l’improvvisata dottoressa Pollastrini fatta, ad esempio, di proposte come il salario d’ingresso per le donne o di investimenti in asili nido nelle aziende e nelle fabbriche.
Urto sì ma contro le donne! diciamo noi. Salario d’ingresso significa salario più basso, almeno due livelli retributivi inferiori, pur svolgendo le stesse mansioni di un altro lavoratore, significa contratti di inserimento comunque a termine, significa sancire ancora una volta, altro che cancellare da parte del governo!, la legge Biagi e la sua vergognosa e spietata logica di precarietà e discriminazione che stabilisce che tutte le donne sono “soggetti svantaggiati”, con grande piacere dei padroni che a fronte dei vantaggi di pagare salari inferiori con conseguenti sgravi contributivi (150 euro almese per le aziende che assumono al sud, continua a vantarsi la Pollastrini sul sole24ore del 18/4/07), si sentiranno ancora una volta più liberi di ricattare odiosamente le lavoratrici, le operaie, le precarie che già purtroppo in tanti posti di lavoro subiscono discriminazioni di ogni sorta, mobbing, molestie sessuali, fino a vere e proprie violenze pur di non perdere il posto di lavoro.
Ma andiamo alla seconda misura lanciata dalla Pollastrini, quella degli investimenti sugli asili nido aziendali, in piena continuità, possiamo ben dire, con la ex ministra del precedente governo di centrodestra Prestigiacomo: dietro il velo emancipatorio della proposta, perché potrebbe sembrare favorevole per le donne con figli piccoli a far sì che la maternità non freni la loro possibilità di lavorare, si nasconde in realtà il chiaro intento di mantenere ben saldo il legame tra le donne lavoratrici e la famiglia di cui devono portare nella maggior parte dei casi tutto il peso della gestione, misura alla quale si affianca perfettamente anche quella dell’altra paladina di turno a difesa delle donne, la ministra per il Commercio Estero Emma Bonino, che dal canto suo propaganda il telelavoro nel futuro delle donne “…il 30% delle mansioni potrebbe essere spostatodall’ufficio al computer di casa con beneficio di tutti…” (Sole 24 ore del20 marzo 2007) ma a carico di chi? solo e solo della donna s’intende! (ci viene subito in mente, attualizzata, la nota vignetta che denuncia l’oppressione della donna disegnandola mentre con la mano destra stira, con la sinistra scrive al computer e con il piede dondola la culla). Le donne invece di trovare nel lavoro una forma di indipendenza anche ideologica dalla famiglia, in questo modo devono portarsela dietro anche in azienda, in fabbrica, nel posto di lavoro, figuriamoci se addirittura non escono più fuori da casa! Nella maggior parte dei casi, pur continuando ad occuparsi delle faccende domestiche anche se lavorano fuori, oggettivamente, proprio perché hanno un lavoro, le donne sono spinte ad occuparsi meno della famiglia, dei servizi domestici, a considerarli meno prioritari e ciò è un fatto rilevante per la difficile battaglia per l’emancipazione delle donne.
Altro che festa delle mamme che lavorano! Che dovrebbero apprezzare la tredicesima edizione di questa “festa”, che si terrà il 25 maggio, lanciata dal Sole24Ore e Corriere della sera perché già tanto apprezzata dalla Pollastrini che la ritiene “una bellissima iniziativa”.
Ogni tentativo di rafforzare il legame delle donne con la famiglia, anche quando si può presentare come emancipatorio, è in realtà contro di esse e ne rafforza l’oppressione in un sistema sociale capitalista che fa della famiglia la cellula base per la sua esistenza e conservazione.
Dietro le nuove formule di “cura d’urto/cura schock” anche questo governo, al servizio dei padroni, vuole in realtà perpetuare per le donne una condizione di doppia oppressione che riserva loro, in particolare a quelle appartenenti alle classi sociali più disagiate, solo mezzi lavori, mezzi salari, mezzi diritti fino a quando sono utili al sistema capitalista, ma che lo stesso sistema spietatamente butta in strada quando non servono più.
Il passaggio dalla fabbrica alla strada in molti casi è diventato“naturale”, è il caso grave di tante ex lavoratrici, ex operaie, tra cui molte donne immigrate sfruttate fino all’osso, che di punto in bianco si sono ritrovate senza più lavoro, o che avevano mollato perchè distrutte nelle fabbriche dagli infernali ritmi di lavoro, alle quali non è rimasta altra via d’uscita che il marciapiede dove svendersi spesso anche per pochi soldi.
Ma tutto ciò è reso ancora più chiaro dalle ulteriori affermazioni della Pollastrini che facendosi vera e propria portavoce della generale sollecitudine volta alla “ricerca di soluzioni” per la complessa questione donne/lavoro spiega a cosa si mira realmente: “… Il differenziale tra uomini e donne rende aleatoria la ripresa italiana, non permette di rendere stabile la crescita e di rilanciare la competitività…” dice la ministra e aggiunge “… noi non siamo solo all’ultimo posto per tasso di occupazione femminile, siamo anche maglia nera per tasso di maternità…” Ecco, allora, il vero motivo della corsa frenetica di tutti, governo, padroni, istituzioni, a discutere, a riunirsi, a studiare, ingaggiando consulenti del lavoro specialisti per trovare misure, soluzioni, programmi adatti: più donne oggi costituiscono più forza-lavoro necessaria al mercato, alla crescita economica del paese, nuova carne fresca da sfruttare per i padroni tra gli ingranaggi delle macchine per aumentare al massimo i profitti in cambio di salari minimi. Ma le donne, in particolare le proletarie, le più disagiate economicamente, sono anche quelle che mentre si caricano della cura dei lavoratori attuali (i mariti, i figli o i fratelli) devono anche mettere al mondo figli e per questo vanno incentivate. Produttrici di altro profitto per i padroni e riproduttrici di nuove braccia per il sistema, di futuri lavoratori, di futuri operai da sfornare per essere preparati poi “al consumo” che la borghesia, di cui i governi, ora di sinistra ora di destra, ne sono lo sporco comitato di affari, ne vorrà fare fisicamente, intellettualmente, moralmente, politicamente. CONTRO TUTTO QUESTO È GIUSTO E NECESSARIO RIBELLARSI!
E proprio dalle donne, dalle operaie, dalle lavoratrici deve venire la risposta più radicale.
Noi che doppiamente siamo attaccate e sfruttate da questo sistema, doppiamente dobbiamo lottare per rovesciarlo organizzandoci e in questo la nostra lotta interpreta la necessità oggettiva di tutte le donne di lottare contro l’oppressione in cui governo, padroni, Stato ci vogliono sempre più cacciare.
* dal Foglio mfpr maggio 2007
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5.12.06
Tra uomini e donne gap di salari tra i 4 e i 10 mila euro
La situazione salariale e previdenziale delle donne è "allarmante": il gap per le retribuzioni nette annue delle donne, rispetto agli uomini, va dai 3.800 euro per i dipendenti a tempo indeterminato agli oltre 10 mila degli autonomi.
Ma non solo. Le donne si trovano con maggior frequenza a vivere il precariato (il 54% dei lavoratori subordinati è donna) con percentuali di permanenza che sono oltre il doppio di quello dei colleghi maschi. A dare il quadro delle disparità di trattamento nel lavoro è stato il ministro del lavoro Cesare Damiano che, insieme al sottosegretario Rosa Rinaldi, ha presentato alla stampa le iniziative del suo ministero in vista del 2007, Anno europeo per le pari opportunità. Fra queste, il "bollino rosa", una certificazione, un simbolo, per aziende pubbliche e private che indicherà la non discriminazione salariale fra donne e uomini.
Per le donne si rileva un "pericoloso fenomeno: il progressivo impoverimento del lavoro femminile, per cui centinaia di migliaia di donne lavoratrici, spesso single e capofamiglia si trovano a rischio di povertà (sotto i 7 mila euro di reddito) con carichi di lavoro particolarmente pesanti ed aggravati dal rischio continuo della non rinnovabilità del contratto". Altri dati della disparità di genere nel lavoro. Una donna su 5 fa un lavoro che richiede una formazione inferiore a quella di cui è in possesso; la nascita di un figlio toglie oggi più di una donna su 10 dal mondo per lavoro; il 40% delle donne che non lavora, lo fa per prendersi cura dei figli, mentre il 35% è scoraggiata dall'assenza di opportunità lavorative, in particolare fra le più istruite e le residenti nel sud. A fronte di un titolo di studio più elevato, le donne ricoprono professioni meno prestigiose e, in percentuale maggiore rispetto ai colleghi maschi, svolgono professioni senza qualifica.
Discriminazioni anche al momento della pensione: alle donne il 76% (2.6 milioni) del trattamento integrato al minimo (ossia sotto i 500 euro); le donne mono-pensionate sono il 64,8% del totale, con un importo medio annuo di circa 7.300 euro. Ed ancora. Solo l'1,2% delle donne arriva ad avere 40 anni di contributi, il 9% arriva a una contribuzione tra i 35 e 40 anni, e ben il 52% è al di sotto dei venti. (Ansa)
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